mercoledì 14 novembre 2007

LA PREGHIERA

La tradizione spirituale della Chiesa considera la preghiera come un cammino di graduale maturazione nel dialogo con Dio. Come ogni altra relazione personale, anche il rapporto di amicizia col Signore ha bisogno di crescere e di approfondirsi nel tempo. Il battezzato passa perciò attraverso diverse forme di preghiera, in proporzione alla sua maturità spirituale: il primo gradino è rappresentato dalla preghiera vocale, il secondo da quella mentale, il terzo dalla preghiera del cuore, il quarto dalla contemplazione.

preghiera vocale
La preghiera più facile, ossia quella che costituisce il primo gradino del cammino spirituale è la preghiera fatta di formule. Con la definizione “orazione vocale” non si intende tanto la preghiera pronunciata ad alta voce (anche la preghiera del cuore può essere pronunciata ad alta voce), ma si allude alla preghiera accessibile a chi è ancora immaturo nel dialogo con Dio, e perciò non gli sgorga nulla da dire a Dio, oppure gli sgorgano richieste sbagliate. La Chiesa, allora, ha preparato delle preghiere standard (l’Ave Maria, l’Atto di Fede, l’Atto di Speranza, le preghiere del mattino e della sera…) in cui il battezzato può trovare ciò che va detto a Dio. La preghiera del “Padre Nostro”, insegnata da Gesù ai suoi discepoli risponde proprio a questa esigenza. In sostanza, nella fase immatura della vita cristiana non si sente il bisogno di parlare a Dio (così come non si sente il bisogno di ascoltarlo nella sua Parola), e la preghiera dei formulari è un aiuto per l’elevazione della mente a Dio.

La preghiera mentale
secondo gradino è la preghiera “mentale”. Questo tipo di preghiera è priva di formule. Anche qui la definizione non allude semplicemente al fatto che non è pronunciata con le labbra. Infatti, anche la preghiera vocale, ad esempio un’Ave Maria, può essere recitata mentalmente, pur essendo costituita da una formula prestabilita. Più precisamente, con la definizione “orazione mentale” ci si riferisce solitamente alla meditazione. La meditazione è una forma di preghiera elevata a cui non si arriva facilmente. Essa può essere definita pure “preghiera di ascolto”, perché si fonda su un rapporto profondo con la Parola di Dio. Questa forma di preghiera non consiste nel “dire” qualcosa a Dio, ma nella capacità di “ascoltare e capire” ciò che Egli sta dicendo proprio a me attraverso i testi biblici della Messa, e attraverso la lettura quotidiana della Bibbia.
Questo tipo di preghiera raggiunge la sua massima espressione nelle giornate di ritiro e negli esercizi spirituali. Beninteso, questa forma di preghiera non consiste nel capire il testo biblico, ma nella capacità di sentire quella parola utile e illuminante per le situazioni che io sto vivendo proprio adesso.

La preghiera del cuore
Terzo gradino: la preghiera del cuore. La preghiera del cuore consiste nel “dire” qualcosa a Dio. Essa rappresenta un livello ancora più alto di quello della meditazione. Quando la persona giunge a sentire il bisogno di “parlare” a Dio, di aprirgli il cuore con fiducia, di esprimergli l’affetto filiale e la lode senza formule prestabilite, ma con parole che vengono dall’intimo, come quelle che siamo soliti dire alle persone che più amiamo, allora significa che si è giunti alla preghiera del cuore e che si è ben avanti nello sviluppo della carità teologale. Questo tipo di preghiera si manifesta sia in momenti celebrativi comunitari, sia nella preghiera intima e individuale, e assume quindi sia il carattere vocale che mentale. Negli incontri di preghiera, quando la comunità si raduna per l’ascolto della Parola o per l’Adorazione, allora la preghiera del cuore si presenta come preghiera spontanea, perlopiù sotto la forma della lode. Nella preghiera individuale, la preghiera del cuore si ha nella spontanea e filiale consegna della propria vita quotidiana a Dio, sentito come Padre. La conoscenza di Dio come “mio” Padre è essenziale alla preghiera del cuore; senza questo rapporto veramente filiale con Dio non può esserci alcuna preghiera del cuore. Sarebbe inautentica se ci fosse.

La contemplazione
La forma più elevata di preghiera è la contemplazione. La sua caratteristica peculiare è quella di essere “quasi senza parole”. In termini pratici, questa forma di preghiera si attua quando la persona si concentra su un mistero della fede, preferibilmente con l’aiuto di una icona o di un crocifisso su cui fissare lo sguardo, perché le distrazioni non producano eccessivo disturbo. Per questa preghiera conviene assumere una posizione comoda, in modo che ci si possa rilassare; poi, fissando lo sguardo sul crocifisso, o su un’icona, o sull’Eucaristia solennemente esposta, ridurre i pensieri al silenzio e lasciare che il mistero di Dio occupi tutto lo spazio della nostra interiorità. L’obiettivo è quello cogliere le meraviglie di Dio, intuire la sua bellezza, e guardarlo come si guardano gli innamorati, ossia con un senso di beatitudine e di stupore. Mentre l’attenzione è concentrata sul mistero di Dio, il pensiero non deve seguire alcun ragionamento. Al massimo, conviene far risuonare dentro di sé, di tanto in tanto, e secondo il proprio stato interiore, qualche breve frase evangelica o liturgica come ad esempio: “Se vuoi puoi guarirmi”, “Figlio di Davide, abbi pietà di me”, “Tu sei il Cristo”, “vieni, Spirito Santo”, “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”, oppure semplicemente “Padre”. Ma tutto ciò senza che la mente sia afferrata dal ragionamento.

Salì sul monte a pregare (di Pd.Raniero Cantalamessa)


Luca 9, 28b-36



Luca, nel suo vangelo, chiarisce il motivo per cui Gesú quel giorno "salì su un alto monte": vi salì "per pregare". Fu la preghiera che rese il suo vestito bianco come la neve e il suo volto splendente come il sole. Partiamo da questo episodio per esaminare il posto che la preghiera occupa in tutta la vita di Cristo e cosa essa ci dice sull'identità profonda della sua persona. Qualcuno ha detto: "Gesú è un uomo ebreo che non si sente identico a Dio. Non si prega infatti Dio se si pensa di essere identico a Dio". Lasciando da parte per il momento il problema di cosa Gesú pensasse di se stesso, questa affermazione non tiene conto di una verità elementare: Gesú è anche uomo ed è come uomo che prega. Dio non potrebbe neppure avere fame e sete, o soffrire, ma Gesú ha fame e sete e soffre perché è anche uomo. Al contrario, vedremo che è proprio la preghiera di Gesú che ci permette di gettare uno sguardo nel mistero profondo della sua persona. È un fatto storicamente attestato che Gesú, nella sua preghiera, si rivolgeva a Dio chiamandolo Abbà, cioè caro padre, padre mio, e perfino papà mio. Questo modo di rivolgersi a Dio, pur non del tutto ignoto prima di lui, è talmente caratteristico di Cristo da obbligare ad ammettere un rapporto unico tra lui e il Padre celeste. Ascoltiamo una di queste preghiere di Gesú, riportata da Matteo:
"In quel tempo Gesù disse:
Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. "Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare" (Mt 11, 26-27).

Tra Padre e Figlio c'è, come si vede, una reciprocità totale, "uno stretto rapporto famigliare". Anche nella parabola dei vignaioli omicidi emerge chiaro il rapporto unico, come di figlio a padre, che Gesú ha con Dio, diverso da quello di tutti gli altri che sono chiamati "servi" (cf. Mc 12, 1-10). A questo punto sorge però un'obbiezione: perché allora Gesú non si è attribuito mai apertamente il titolo di Figlio di Dio durante la sua vita, ma ha parlato sempre di se come del "figlio dell'uomo"? Il motivo è lo stesso per cui Gesù non dice mai di essere il Messia e quando altri lo chiamano con questo nome è reticente, o addirittua proibisce di dirlo in giro. La ragione di questo modo di comportarsi è che quei titoli erano intesi dalla gente in un senso ben preciso che non corrispondeva all'idea che Gesù aveva della sua missione.
Figlio di Dio erano detti un po’ tutti: i re, i profeti, i grandi uomini; per Messia si intendeva l'inviato di Dio che avrebbe combattuto militarmente i nemici e regnato su Israele. Era la direzione in cui cercava di spingerlo il demonio con le sue tentazioni nel deserto… I suoi stessi discepoli non avevano capito questo e continuavano a sognare un destino di gloria e di potere. Gesú non intendeva essere questo tipo di Messia. "Non sono venuto, diceva, per essere servito, ma per servire". Egli non è venuto per togliere la vita a qualcuno, ma "per dare la vita in riscatto per molti". Cristo doveva prima soffrire e morire perché si capisse che tipo di Messia era.
È sintomatico che l'unica volta che Gesú si proclama lui stesso Messia è mentre si trova in catene davanti al Sommo Sacerdote, in procinto di essere condannato a morte, senza più possibilità ormai di equivoci. "Sei tu il Messia, il Figlio di Dio benedetto?", gli domanda il Sommo Sacerdote, e lui risponde: "Io lo sono!" (Mc 14, 61 s.). Tutte i titoli e le categorie dentro cui gli uomini, amici e nemici, cercano di inquadrare Gesú durante la sua vita, appaiono strette, insufficienti. Egli è un maestro, "ma non come gli altri maestri", insegna con autorità e in nome proprio; è figlio di David, ma è anche Signore di David; è più che un profeta, più che Giona, più che Salomone. La domanda che la gente si poneva: "Chi è mai costui?" esprime bene il sentimento che regnava intorno a lui come di un mistero, di qualcosa che non si riusciva a spiegare umanamente. Il tentativo di certi critici di ridurre Gesú a un normale ebreo del suo tempo, che non avrebbe detto e fatto nulla di speciale, è in contrasto totale con i dati storici più certi che possediamo su di lui e si spiega solo con il rifiuto pregiudiziale di ammettere che qualcosa di trascendente possa apparire nella storia umana. Tra l'altro, non spiega come un essere così ordinario sia diventato (a detta di quegli stessi critici) "l'uomo che ha cambiato il mondo".
Torniamo ora all'episodio della Trasfigurazione per trarne qualche insegnamento pratico. Anche la Trasfigurazione è un mistero "per noi", ci riguarda da vicino. San Paolo, nella seconda lettura dice: "Il Signore Gesù Cristo trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso". Il Tabor è una finestra aperta sul nostro futuro; ci assicura che l'opacità del nostro corpo un giorno si trasformerà anch'essa in luce; ma è anche un riflettore puntato sul nostro presente; mette in luce quello che già ora è il nostro corpo, al di sotto delle sue misere apparenze: il tempio dello Spirito Santo. Il corpo non è per la Bibbia un'appendice trascurabile dell'essere umano; ne è parte integrante. L'uomo non ha un corpo, è corpo. Il corpo è stato creato direttamente da Dio, assunto dal Verbo nell'incarnazione e santificato dallo Spirito nel battesimo. L'uomo biblico rimane incantato di fronte allo splendore del corpo umano: "Mi hai fatto come un prodigio. Sei tu che mi hai tessuto nel seno di mia madre. Sono stupende le tue opere" (Sal 139). Il corpo è destinato a condividere in eterno la stessa gloria dell'anima. "Corpo e anima, o saranno due mani giunte in eterna adorazione, o due polsi ammanettati per una cattività eterna" (Ch. Péguy).
Il cristianesimo predica la salvezza del corpo, non la salvezza dal corpo, come facevano, nell'antichità, le religioni manichee e gnostiche e come fanno ancora oggi alcune religioni orientali Che dire però a chi soffre? a chi deve assistere alla "sfigurazione" del corpo proprio, o di quello di una persona cara? Per costoro è forse il messaggio più consolante della Trasfigurazione. "Egli trasfigurerà il nostro misero corpo conformandolo al suo corpo glorioso". Saranno riscattati i corpi umiliati nella malattia e nella morte. Anche Gesù, di lì a poco, sarà "sfigurato" nella passione, ma risorgerà con un corpo glorioso, con il quale vive in eterno e al quale, la fede ci dice che andremo a ricongiungerci dopo morte.

martedì 6 novembre 2007

CROCIATA D'INTERCESSIONE


Antonio (settimana trascorsa in day-hospital per accertamenti è stato dimesso del tutto da lun 5/11 ricomincia la scuola, la famiglia si è avvicinata a Jeshua ... Gloria solo a Dio!!!)
Bruno (operazione d'urgenza sospetto tumore)
Susanna 25 anni tumore
Filippo (bimbo malato dalla nascita in ospedale)
Giusi (ricerca vocazionale)
Martina (adolescente in difficoltà)
Sara (sorella ad un bivio spirituale di un momento molto delicato)
Rachele (giovane carismatica 27 anni varie metastasi, molto grave)
Domenico (piccolo bimbo non è ancora chiaro il problema)
Vittorio (problemi vari)

LA NECESSITA' DI PREGARE (Pd.Raniero Cantalamessa)

Luca 18, 1-8
Il vangelo comincia così: “In quel tempo, Gesú disse ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai”. La parabola è quella della vedova importuna. Alla domanda: “Quante volte si deve pregare?”, Gesú risponde: Sempre! La preghiera, come l'amore, non sopporta il calcolo delle volte. Ci si chiede forse quante volte al giorno una mamma ama il suo bambino, o un amico il suo amico? Si può amare con gradi diversi di consapevolezza, ma non a intervalli più o meno regolari. Così è anche della preghiera.Questo ideale di preghiera continua si è realizzato, in forme diverse, sia in Oriente che in Occidente. La spiritualità orientale l'ha praticato con la cosiddetta preghiera di Gesú: "Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me!". L'Occidente ha formulato il principio di una preghiera continua, ma in modo più duttile, tanto da poter essere proposto a tutti e non solo a quelli che fanno professione esplicita di vita monastica. Sant'Agostino dice che l'essenza della preghiera è il desiderio. Se continuo è il desiderio di Dio continua è pure la preghiera, mentre se manca il desiderio interiore, si può gridare quanto si vuole, per Dio si è muti. Ora questo desiderio segreto di Dio, fatto di ricordo, di bisogno di infinito, di nostalgia di Dio, può rimanere vivo, anche mentre si è costretti a fare altre cose: “Pregare a lungo non equivale a stare a lungo in ginocchio o a mani giunte o dire molte parole. Consiste piuttosto nel suscitare un continuo e devoto impulso del cuore verso colui che invochiamo”.Gesú ci ha dato lui stesso l’esempio della preghiera incessante. Di lui si dice nei vangeli che pregava di giorno, sul far della sera, al mattino presto e che passava a volte l’intera notte in preghiera. La preghiera era il tessuto connettivo di tutta la sua vita.Ma l’esempio di Cristo ci dice anche un’altra cosa importante. È illusorio pensare di poter pregare sempre, fare della preghiera una specie di respiro costante dell’anima anche in mezzo alle attività quotidiane, se non si riservano alla preghiera anche dei tempi fissi, in cui si attende alla preghiera, liberi da ogni altra occupazione. Quel Gesú che vediamo pregare sempre, è lo stesso che, come ogni altro ebreo del suo tempo, tre volte al giorno - al sorgere del sole, nel pomeriggio durante i sacrifici del tempio, e al tramonto - si fermava, si voltava verso il tempio di Gerusalemme e recitava le preghiere di rito, tra cui lo Shema Israel, Ascolta Israele. Il Sabato partecipava anch’egli, con i discepoli, al culto nella sinagoga e diversi episodi evangelici avvengono proprio in questo contesto.La Chiesa ha fissato anch’essa, si può dire fin dal primo momento di vita, un giorno speciale da dedicare al culto e alla preghiera, la Domenica. Sappiamo tutti cosa è diventata, purtroppo, la Domenica nella nostra società; lo sport, e in particolare il calcio, da fattore di svago e di distensione, è diventato qualcosa che spesso avvelena la Domenica... Dobbiamo fare il possibile perché questo giorno torni ad essere, come era nelle intenzioni di Dio nel comandare il riposo festivo, un giorno di serena gioia che rinsalda la nostra comunione con Dio e tra di noi, nella famiglia e nella società.È di stimolo a noi cristiani moderni ricordare le parole che i martiri Saturnino e compagni rivolgono, nel 305, al giudice romano che li aveva fatti arrestare per aver partecipato alla riunione domenicale: “Il cristiano non può vivere senza l’Eucaristia domenicale. Non sai che il cristiano esiste per l’Eucaristia e l’Eucaristia per il cristiano?”

COME PREGARE? (Past.Roberto Bracco)


I discepoli chiesero a Gesù: - Insegnaci a pregare!
Molti oggi chiedono la medesima cosa. Non riescono a provare interesse per la preghiera; non trovano gioia, non ottengono esaudimento e perciò chiedono: "Come dobbiamo comportarci nella preghiera?"
È necessario che dica subito che la preghiera deve divenire fonte di gioia e di consolazione indipendentemente dalle cose che si possono ottenere per essa. Un cristiano deve desiderare la preghiera, deve anzi sentire la necessità della preghiera in ogni momento, anche quando gli sembra di non aver nulla da chiedere a Dio.
Non è forse bello per un bambino ricco di espansività dimorare con fiducia fra le braccia paterne per esclamare semplicemente: "Papà, ti voglio tanto bene"; oppure: "Papà sei caro e bello più di tutti coloro che io conosco!"
Iddio gradisce le manifestazioni di lode, d'adorazione e di affetto che i Suoi figliuoli Gli tributano dimorando fra le Sue braccia a mezzo della preghiera.
Ma non voglio soltanto dire quello che deve essere la preghiera per il credente, ma voglio anche ricordare come deve essere esercitata la preghiera perché possa essere costantemente fonte di gioia e di consolazione.
La preghiera deve essere semplicemente un incontro con il Padre; una conversazione con Dio. Osservate Gesù mentre prega. Non c'è nulla di liturgico, di teatrale, di artificioso: Egli parla con semplicità rivolgendosi spontaneamente al Padre. Sembra che Egli veda il Padre vicino a Sé e che Gli rivolga con naturalezza la parola.
La Sua è una vera conversazione, piena di fiducia, di confidenza. Questa è la preghiera! Le frasi artificiose, le parole ben composte o meccaniche non aiutano il credente ad incontrare il Signore, anzi lo allontanano da Lui, creano un'atmosfera falsa, una cortina di formalità religiosa.
Il credente si deve esercitare ad usare il suo diritto di famiglia con il Padre; deve imparare a parlarGli con semplicità, con naturalezza e in piena confidenza. Se qualche volta non trova parole per una conversazione, deve desiderare ugualmente di trovarsi nella Sua dolce e gloriosa presenza.
È logico che ripetendo frasi dopo frasi venga la stanchezza e la noia; quando si fa della preghiera un'azione meccanica e stereotipata, l'anima s'inaridisce, ma quando la preghiera è un soave ed intimo colloquio con Dio, l'anima si vivifica nella gioia e nella benedizione.
Una servente di Dio, usata gloriosamente come strumento di benedizione nel servizio, amava, ogni giorno della sua vita, raccogliersi per un periodo di tempo in un angolo intimo della sua casa per incontrarsi semplicemente con Dio. Ella rimaneva nel silenzio più assoluto; silenzio di labbra, silenzio di pensiero; silenzio di emozioni. Attendeva semplicemente la presenza di Dio, la voce di Dio.
Quest'incontro quotidiano, nell'eden del cuore era, per questa donna pia, la preghiera più dolce, più ricca che ella avesse potuto desiderare.
Ricordati che se hai ricevuto Gesù come tuo salvatore sei un figliuolo di Dio; ricordati che Egli è il Padre; ricordati che Egli è vicino a te e ti ascolta. Si, ricordati tutto ciò e parlaGli: questa è la preghiera.
Quando tu ti eserciterai nella preghiera in un modo spontaneo e semplice, troverai la gioia della preghiera, ed allora non soltanto essa ti accompagnerà nelle diverse circostanze della vita, ma tu cercherai con ansia di utilizzare tutte le ore e tutti gli attimi di libertà per incontrarti con intimità con il tuo Dio.
Abituati anche a presentare in preghiera anche tutte le tue necessità. Iddio è pronto per dare cose buone a coloro che gliele chiedono. Rimarrai sorpreso della Sua grandezza e della Sua prontezza.
Anche nel far questo però usa semplicità e naturalezza. Hai una necessita? Uniscila ad una promessa della Bibbia e poi presentala con naturalezza a Dio in preghiera e persevera fino all'esaudimento.
Per esempio: sei afflitto? Presentati a Dio e diGli come figliuolo: Padre, la Tua Parola mi dice: È alcun di voi afflitto? Preghi! Io vengo a presentarTi la mia afflizione; consolami!
Iddio ti consolerà perché è fedele. Se tu avrai scritto la tua richiesta sopra un taccuino, rimarrai meravigliato della prontezza e dell'opportunità di Dio.
Puoi segnare tutte le tue richieste sopra un taccuino, una dopo l'altra, e presentarle a Dio in preghiera unite alle promesse contenute nella Sua Parola. Iddio ti farà cancellare le tue richieste una dopo l'altra nell'esaudimento.
George Müller, il fondatore dei grandiosi orfanotrofi di Bristol, aveva edificata tutta la sua poderosa attività sulla preghiera, e tutti i mezzi necessari per mantenere migliaia di ragazzi sono stati risposte alle sue preghiere. Nel suo taccuino di preghiera si poteva leggere:
"Cose necessarie da chiedere al Padre: un risveglio fra gli orfani; due insegnanti cristiani per il reparto maschile; un grande armadio per il guardaroba; seicento paia di scarpe per gli orfani; il denaro per ampliare un locale."
Come possiamo vedere, un servitore di Dio che ha scoperto il segreto della preghiera è disposto a chiedere in semplicità ogni cosa al Padre. Egli è sicuro che può ottenere tutto e perciò non si affanna e non si scoraggia perché ha tutto.
Anche tu puoi avere il tuo taccuino di preghiera, ma è molto più importante che tu abbia il tuo tempo di preghiera. Nella tua giornata ci deve essere un periodo riservato soltanto a Dio; un periodo per incontrarti con Dio, per parlare con Dio.
Io credo che il periodo migliore sia all'inizio della giornata; prima che abbiano inizio i lavori, le occupazioni e le preoccupazioni. La mente e più riposata, il cuore e più sereno e tutto facilita un incontro intimo con il Padre.
Anche Dio gradisce che sia consacrato al Suo nome il primo periodo della giornata, perché questo dimostra che Egli viene posto avanti ad ogni cosa. Un servitore di Dio affermava che trovare Iddio prima che incominci la navigazione della giornata, ci assicura un mare sottomesso alla nostra piccola nave ed un viaggio gioioso.
Non dobbiamo accontentarci di un periodo soltanto; noi abbiamo fissati tre o quattro periodi ogni giorno per nutrire i nostri corpi e non dovremmo stabilirne di meno per nutrire la nostra anima.
Non dire: Pregherò quando ho tempo; perché altrimenti non pregheresti mai. Stabilisci dei periodi di tempo precisi. Tu non dici: Mangerò quando ho tempo! Tu mangi quando giunge l'ora della colazione, del pranzo o della cena e così devi pregare quando giunge l'ora della conversazione con il Padre.
Se puoi fare a meno di fissare la durata di questi periodi è meglio. Ti puoi abbandonare senza preoccupazione di tempo alla dolcezza della comunione e del colloquio.
Non essere frettoloso di allontanarti dalla presenza di Dio, perché Egli non ha fretta di lasciar te.
Cerca di trovare altri cristiani desiderosi di curare le relazioni con Dio ed unisciti a loro per riunioni di preghiera in comune. L'unione aumenta la potenza della preghiera. Nel pari consentimento di due o tre credenti tutte le potenze vengono scrollate.
Anche nelle preghiere in comune però, bisogna fuggire l'artificio; la preghiera deve rimanere una intima conversazione con Dio, anche se con un maggior numero di partecipanti.
Una cristiana di colore organizzò delle riunioni di preghiera notturne per un risveglio della comunità della quale suo marito era pastore. Queste riunioni attirarono un numero sempre maggiore di credenti pieni di fervore fino a tanto che la gloria di Dio riempì quel luogo di riunione e fece nascere un glorioso risveglio spirituale che dura fino a questi giorni. Tutti quelli che si erano uniti lo avevano fatto spontaneamente e quindi il pari consentimento era stato perfetto.
Insegnaci a pregare.
Andiamo con semplicità a Colui che ci allarga le braccia, abbandoniamoci fiduciosi al Suo abbraccio. Egli non si aspetta la moltitudine delle parole e, non si aspetta neanche le frasi fiorite; si aspetta soltanto il nostro amore.
AdoriamoLo, lodiamoLo, contempliamoLo, ascoltiamoLo e quando dobbiamo parlare, diciamoGli con naturalezza quello che ci occorre, quello che desideriamo da Lui e per fede ringraziamoLo riconoscenti dell'aiuto che Egli, certamente ci darà.

LA PREGHIERA INCESSANTE (Giovanni Cassiano)

Il Signore, fonte d`inviolabile santità, per radicarsi in una perfetta purezza, non aveva alcun bisogno di quei mezzi esteriori che per noi sono l`allontanamento dagli uomini e la solitudine... Eppure anche Gesù si ritira, solo, sul monte a pregare (Mt 14,23), per insegnarci col suo esempio che anche noi, se vogliamo pregare Dio con cuore puro e indiviso, dobbiamo separarci come lui dal disordine e dalla confusione della folla. Solo così, pur restando ancora in questa vita, potremo in qualche modo conformarci alla beatitudine promessa ai santi nell`eternità e potremo far sì che anche per noi Dio sia tutto in tutti (1Cor 15,28).
In tal modo si realizzerà in noi la preghiera che il Salvatore rivolse al Padre in favore dei suoi discepoli: L`amore con cui mi hai amato sia in essi e io in loro (Gv 17,26); e ancora: Siano tutti uno come tu Padre sei in me e io sono in te, anch`essi siano uno in noi (Gv 17,21). Quando si sarà avverata questa preghiera del Signore - che non può essere annullata - allora quell`amore perfetto col quale Dio per primo ci ha amato (1Gv 4,10), si trasmetterà anche ai nostri cuori.
Ciò avverrà quando ogni nostro amore, ogni desiderio, sforzo, ricerca, pensiero, ciò di cui viviamo, parliamo, respiriamo, non sarà altro che Dio; quando l`unità che regna tra il Padre e il Figlio e tra il Figlio e il Padre si trasfonderà nel nostro cuore e nella nostra anima, cioè quando, imitando l`amore puro e indissolubile col quale Dio ci ama, a nostra volta lo ameremo con un amore perpetuo e inseparabile e saremo talmente uniti a lui, che ogni nostro respiro, ogni pensiero, ogni parola, non saranno che lui. Così giungeremo al fine di cui abbiamo parlato e che il Signore chiede per noi nella sua preghiera: Siano uno come noi siamo uno; io in loro e tu in me, affinché siano perfetti nell`unità (Gv 17,22-23); e ancora: Padre, io voglio che quelli che tu mi hai dato, siano anch`essi con me dove sono io (Gv 17,24).
Questo è l`ideale del solitario, a questo deve tendere ogni suo sforzo: avere la grazia di possedere, fin da questa vita, una somiglianza della beatitudine eterna e gustare in questo mondo un`anticipazione della vita e della gloria celeste.


martedì 23 ottobre 2007

LUDOVICO EINAUDI, in concerto a Napoli



Ho provato anche io a definire la musica di Ludovico Einaudi ma già definire un linguaggio spirituale come la musica è assurdo, in quanto essa è un linguaggio mistico forse è il limite tra il silenzio ed il suono, tra le parole e la poesia. Inoltre parlare di un virtuoso che usa come strumento il pianoforte, unica cosa che amo più del silenzio quando sono in adorazione ed in contemplazione, è come mettere la mia anima a nudo e questa è una prerogativa solo del mio Re Jeshua!
Ma quando mi accosto ad un musicista come Einaudi, non posso che fare i conti con un maestro che compone con estro e creatività non per solleticare le orecchie del mondo ma per esprimere quello che per “ispirazione” gli viene dal cuore. Einaudi ti mette in imbarazzo quando suona, ti sembra di entrare in una stanza segreta dove egli bisbiglia i suoi segreti a Qualcuno. Le sue note sono senza fretta, ariose, spaziate da lunghi silenzi, pause che danno respiro allo Spirito per poi riprendere in deliziosi e leggeri ritornelli che deliziano l’anima e la fanno librare leggera. A volte sembra perso nella ricerca, a volte sembra che ciò che cerca gli sia vicino a volte lo sento "posseduto" a tal punto che stento a credere che non stia adorando Dio. Io non sono all’altezza di giudicare la sua arte ma sono convinto nel dire che Einaudi è un’adoratore, forse nessuno glielo ha detto o lo sa già e non gli interessa sapere che gli altri lo comprendano. Sono certo che Dio lo abbia scelto per portare folle di persone di “questo mondo” a quella ricerca interiore quel bisogno di qualcosa in più che non viene dalla musica “normale” ma dalle vibrazioni dello Spirito che la sua musica riesce a farti sperimentare. I suoi “fan” sono eterogenei, adolescenti, giovani, adulti ed anziani una fascia d’età quindi dai 16 ai 75 anni …e la sola musica compie il primo prodigio, unificare diverse esperienze in un unico bisogno d’armonia, di pace, di dolcezza.
Sono stato ad un suo concerto ed ho avuto la sensazione che noi eravamo lì per lui (2000 persone) ma lui era lì perchè c’era il suo strumento di adorazione il pianoforte … è venuto, ed ha adorato. La sua musica ci ha accostati all’Eterno commuovendoci fino a farci stare male, fino alle lacrime. Abbiamo gioito di qualcuno che riesce con il pianoforte a dire quello che ha nel cuore e riuscire a far sperimentare ad ognuno dei presenti diverse sensazioni e diversi stati d’anima. Ognuno ha fatto la sua esperienza personalissima ma lui ha suonato quasi senza accorgersi di noi, schivo, umile, discreto e timido ci ha salutati lasciandoci soli nel frastuono del mondo che per due ore è sembrato più spirituale, più leggero, più romantico magari migliore e più disposto ad amare. Grazie Einaudi abbiamo adorato Dio con te ed è stato bellissimo!

Giosuè

dicono di lui:

Poche parole. Ci vorrebbero poche parole per descrivere la musica di Ludovico Einaudi. Ma soprattutto ce ne vorrebbero di diverse, leggere, ognuna con un senso e un luogo proprio, al di fuori di quel quotidiano che le costringe.Solo una tale essenzialità potrebbe avvicinarsi ad una forma apparentemente muta come quella strumentale, e soprattutto a composizioni centrate su quella vita che nella sua vastità ci comprende e ci sfugge giorno dopo giorno. E un uomo. Con la sua anima. Come se fosse poco. La musica di Ludovico Einaudi è un concetto mistico che passa per le mani di un uomo, per gli spazi silenziosi che vivono tra le note di un pianoforte ed i suoi pensieri intimi e personali,è quasi materna nella sua silenziosa dedizione alla vita.
Titoli come “In un’altra vita”, “Stella del mattino”, “I giorni”, “La nascita delle cose segrete”, “Quel che resta” e “Inizio” “divenire” affermano un’attenzione dello spirito che è palpabile all’ascolto, come una carezza, come una preghiera, la sua preghiera. La mano destra e la sinistra si abbracciano in assoluta armonia, non sciupano nulla, non si inseguono e non si possiedono sulla tastiera.La musica di Einaudi ha pochi colori e molte sfumature. È fatta di sottili cicli che portano alla riflessione, alla pausa.L’unico movimento è quello lento dell’anima. Il silenzio la sola richiesta che viene fatta. Non una pretesa, ma una condizione necessaria alla vita. E alla fine ci si accorge che è anche l’unico modo per tornare a vivere la quotidianità dei nostri giorni.
Articolo di: Christian Verzeletti

Il "Divenire" di Ludovico Einaudi
“ Divenire tour”- Il fluire del tempo, inesorabile ed incessante nel suo procedere, sembra essere il comune denominatore dei brani dell’album, caratterizzati da un minimalismo che da sempre rappresenta il pianismo di Einaudi, costruito su brevi frasi che si ripetono incessantemente quasi a sottolinearne la linea melodica, in un ciclico susseguirsi senza fine, capaci di trasportare l’ascoltatore in una dimensione spazio-temporale difficilmente definibile. Nello stile di Einaudi, infatti, ben si percepisce lo scopo che si vuole ottenere: ricavare uno spazio meditativo nel quale l’ascoltatore venga posto al centro, e la musica sia solo il mezzo per poter intraprendere un viaggio spirituale all’interno del proprio sé.
L’atmosfera DELLA SUA MUSICA ASSUME una dimensione difficilmente definibile, senza spazio né tempo, mentre il suono delle corde del pianoforte sembra giungere direttamente alla nostra anima.Iil pianismo di Ludovico Einaudi, lento e sinuoso, costruito su lunghe pause dove viene evidenziato il “valore delle note”, così come egli stesso ama definirlo, diventa l’essenza più pura di un vero e proprio viaggio spirituale.
La musica di Einaudi è questo : poesia in musica. E’ respiro, soffio vitale .

lunedì 22 ottobre 2007

HALLOWEEN, I POKEMON E HARRY POTTER

INIZIA UNA SETTIMANA IN CUI IL BLOG DI JESHUA VUOLE FARE LUCE SULLA FESTA SATANICA CELEBRATA DA MOLTI CRISTIANI DI HALLOWEEN. ABBIAMO RACCOLTO MOLTI ARTICOLI AUTOREVOLI SULL'ARGOMENTO E CI SONO SEMBRATI CHIARIFICATORI E SPERIAMO D'AIUTO PER QUANTI HANNO SOTTOVALUTATO O IGNORATO L'INFLUSSO DIABOLICO E PAGANO DELLA FESTA ASSORBITO E MINIMIZZATO DALLA NOSTRA SOCIETA' SECOLARIZZATA. DI HALLOWEEN SONO PIENE LE NOSTRE SCUOLE SOPRATTUTTO LE ELEMENTARI NOI CRISTIANI ABBIAMO IL DOVERE DI PRENDERE LE DISTANZE CON FORZA E FARE LUCE SULL'IGNORANZA ANCHE DI MOLTI DOCENTI CHE PERMETTONO CON SUPERFICIALITA' LA SUA OCCULTA E MANIFESTA CELEBRAZIONE. ALLORA BUONA LETTURA!
Giosuè


SVAGHI INNOCENTI O….LO ZAMPINO DI SATANA NEL MONDO DELLA SCUOLA?
di Don Lorenzo Biselx



LE ORIGINI
Il 1 novembre era il giorno più solenne dell’anno per i Celti che solevano fare le loro celebrazioni più importanti durante la notte dal 31 ottobre al 1 novembre, chiamata la notte di Samhaim, il quale era il “Signore della morte, il Principe delle Tenebre”.
I Druidi credevano infatti che, la veglia di questa festa, i morti dell’anno precedente tornassero sulla terra in cerca di nuovi corpi da possedere.
Mentre i contadini spegnevano il focolare per allontanare questi spiriti, i Druidi si radunavano su una collina in mezzo alle querce per compiere la grande cerimonia notturna in cui, tra le danze e i canti, si offrivano dei sacrifici per fare paura agli “spiriti cattivi”.
Il mattino, dopo aver acceso il fuoco nuovo, i druidi facevano il giro delle case portando le ceneri ardenti del fuoco presso le famiglie affinché tutti potessero riaccendere il focolare familiare.
In questa occasione chiedevano delle offerte per il loro dio e proferivano delle maledizioni in caso di rifiuto.
Donde il “trick or treat” (offerta o maledizione), e le famose rape (oggi zucche) nelle quali bruciava il fuoco sacro.
E l’usanza moderna di travestirsi nel giorno d’Halloween?
Viene dai tre giorni di festa che succedevano alla notte dei sacrifici: durante questi giorni, i Celti si mascheravano con le pelli degli animali uccisi “per esorcizzare e spaventare gli spiriti".
Vestiti con queste maschere grottesche, ritornavano al villaggio illuminando il loro cammino con lanterne costituite da cipolle intagliate in cui erano poste le braci del Fuoco Sacro”.
In epoca moderna questo rito celtico s’intrecciò con la leggenda di Jack o’Lantern.
Jack era un uomo dissoluto e un alcolizzato impenitente.
Quando una notte il diavolo venne a cercare la sua anima, negoziò e ottenne ancora un anno di vita.
Dopo questo anno riuscì a ottenere dal demonio di non essere mai mandato all’inferno.
Così, quando morì, non potendo né entrare in Cielo a causa della sua impenitenza né in inferno a causa del suo commercio col diavolo, fu condannato a girovagare sulla terra, illuminando il suo cammino grazie ad una lanterna formata da un rapa (americanizzata poi in zucca) contenente una brace dell’inferno regalata dal diavolo.

MORTE E DEMONI
Ovviamente, Halloween ci riporta in pieno paganesimo, un paganesimo mai sparito e che approfittò dello sconvolgimento religioso della Riforma per ritornare in “superficie”: il 31 ottobre, vigilia della festa di Ognissanti (All Hallows’ e’en in vecchio inglese), alcuni solevano festeggiare gli spiriti cattivi, lodando quanto si opponeva alla bontà, alla bellezza di Dio, alla vita eterna…
La Riforma protestante, portando con sé la perdita della fede e sopprimendo molte feste cattoliche (tra le quali la festa di Ognissanti), aveva deviato la pietà e quindi creato le condizioni favorevoli per tali cerimonie sacrileghe.
Peggio ancora, la notte del 31 ottobre, capodanno dei Celti, è rimasta come il capodanno degli stregoni, perché è l’inizio di quanto è “cold, dark and dead…” (freddo, buio e morto…) e uno dei loro principali sabba (“Black Sabbath”).
Può ahimè essere anche un’occasione speciale per i sacrifici, perfino umani, e le messe nere.
Halloween ha seguito i coloni anglosassoni (soprattuto irlandesi) nella loro conquista del continente americano e si è sviluppato nel Nuovo Mondo dove, nell’ultimo secolo, ha fatto la felicità di alcuni grandi negozianti, ai quali mancava, tra le vacanze estive e Babbo Natale, un’occasione per sfruttare lo spirito consumistico dei bambini.
Ovviamente la Vecchia Europa non poteva rimanere a lungo senza adottare il nuovo “culto”; così vediamo diffondersi sempre di più da noi Halloween con il suo corteo di articoli adorni in modo macabro (con immagini di teschi, scheletri, streghe,…).
Ho sotto gli occhi una tessera di “demone ufficiale 2000”; il bambino vi è invitato a firmare la seguente dichiarazione: “Faccio parte dei demoni della festa di Halloween 2000 e mi impegno a fare e dire tantissime cose mostruose”.
Poi viene la risposta: “Adesso che sei demone ufficiale, impara il linguaggio degli orrori e svela il tuo lato demone!”
Ecco la “demonopedagogia”!
I bambini sono poi invitati a girare nella città, “con maschere e costumi mostruosi e terrificanti”, bussando alle porte chiedendo spiccioli o dolcetti.
Se le persone rifiutano, possono giocare loro qualche brutto scherzo, “come svuotare la pattumiera nel giardino”.
Così, astutamente, i fanciulli vengono invitati a travestirsi da strega, fantasma, morto vivente o demone in un nuovo carnevale, molto peggio del vecchio (perché per un bambino vestirsi da orso o da principessa può essere un gioco innocente).
Qui si tratta di mirare direttamente al laido, al male, per partecipare, inconsapevolmente, alla celebrazione di una specie di festa liturgica neo pagana e addirittura satanica.
I bambini vengono così resi più vulnerabili di fronte al tenebroso fascino del rock satanico che forse incontreranno una volta adolescenti.
Noisy mag, rivista specializzata nel “rock estremo” consacrava nel 2000 un dossier “Special Halloween” nel quale venivano condannati i tentativi fatti negli USA da “potenti lobbies affiliate alla destra ultraconservatrice” per vietare la celebrazione di Halloween. Noisy Mag affermava poi che, accanto alle processioni di bambini travestiti che bussano alle porte, Halloween continua ad “avere un’importanza tutta particolare presso i satanisti”.
Quindi l’articolista di questa rivista “hard rock” proseguiva con una descrizione dei riti luciferiani propri della “festa” chiamata da loro “Samhain”.
Secondo l’Encyclopœdia Britannica la Chiesa tentò nel Medioevo di sradicare Halloween: tale fu lo scopo dello spostamento, ad opera di Gregorio IV, nell’834, della festa di Ognissanti dal 13 maggio al 1 novembre.
L’introduzione nel X secolo della festa di tutti i fedeli defunti avrebbe anche dovuto aiutare la sparizione della “festa delle streghe”.
Abbiamo visto che purtroppo questo scopo non fu totalmente raggiunto e adesso è necessaria una vigilanza particolare, perché per molti cristiani di nome Halloween rischia di fare forte concorrenza alle belle e consolanti feste cristiane del 1 e 2 novembre.

I POKÉMON
Questo gioco, prodotto nel Giappone dalla ditta Nintendo e influenzato dalla “mistica” giapponese (pagana), riporta un immenso successo commerciale mondiale: alla base una collana d’immagini collezionabili, poi cartoni animati, riviste…
Il successo è grande anche in Italia se consideriamo che gli sono consacrati non meno di 500 siti internet. Ma cosa è questo gioco?

MOSTRI DA COMBATTIMENTO
“Pokémon” viene da “pocket monster” (mostri tascabili).
I pokémon sono difatti delle creature irreali, mescolanza di caratteristiche animali, vegetali, minerali, psichiche…
Gli eroi (due bambini e una bambina senza famiglia) devono catturare questi mostri e ammaestrarli alla lotta.
Ogni mostro possiede la propria tecnica di combattimento: per esempio Pikachu sfinisce i suoi avversari tramite elettrochoc fulminei, Kadabra manda “onde di energia mentale alfa” che provocano violenti dolori di testa al nemico, Tentacool ferisce col suo acido pungente, Psyduck combatte con i poteri della psicocinesi e Drowzee divora i sogni del suo avversario.
Che brutti nomi, direte.
Ma le immagini sono più brutte ancora: una vera gara di laidezza: voluta sproporzione delle forme, mescolanza contro natura dei tre regni naturali, mostruosità come Exeggutor e Dodrio che hanno tre teste, Machamp che ha quattro braccia, ecc.
D’altra parte i pokémon familiarizzano il bambino con l’argomento della clonazione: per esempio Kabuto è presentato come “risorto da un fossile”, Mewtwo è stato “creato da uno scienziato dopo anni di orrenda congiunzione genetica e esperimenti d’ingegneria sul DNA”.
Vedendo che i pokémon possono essere clonati, l’idea del clonaggio può insinuarsi così agevolmente nella mente dei bambini.
L’evoluzionismo non è dimenticato: molti pokémon hanno infatti la facoltà di trasformarsi in un essere più potente.
A questo proposito, notiamo nel gioco una forte insistenza sulla “potenza”, la volontà di dominare a scapito di quelli che sono “orribilmente deboli”.
C’è in questo gioco una specie di culto della forza che ci ricorda un po’ i “giochi” dei gladiatori dei circhi romani.
La vita dei pokémon si riassume a una lotta la cui sola legge è quella della giungla, del mondo pagano senza la carità: la legge del più forte.
Viene così evidenziata la potenza distruttrice dei pokémon (come l’orrendo pesce-serpente Gyarados “capace di distruggere intere città”).
Un insegnante britannico si è interessato al fenomeno “pokémon” appunto dopo aver sentito durante una partita le esclamazioni bellicose dei bambini: “sei ipnotizzato”, “ti anniento”, “sei posseduto” o ancora “ti trasformo”.
Bella moralità!
OCCULTISMO
Se poi osserviamo il lessico e il codice comportamentale di questo gioco, troviamo non poche somiglianze con il mondo dell’occultismo, per esempio “parodie di rituali iniziatici con acquisto di poteri magici che permettono di dominare”.
I pokémon fanno frequente riferimento a elementi ispirati dalle religioni pagane (per esempio, Suicune pretende essere la reincarnazione dei venti del nord) o dal mondo della magia .
Non è a caso che la società commercializzatrice di questi articoli si chiama “Wizards of the Coast, Inc.”, cioè “Stregoni della Costa”.

UN GIOCO PERICOLOSO
Oltre le 151 carte che i bambini comprano e si scambiano nei cortili di ricreazione, l’attività essenziale si realizza con i videogiochi e i cartoni animati.
Nel 1997, l’emissione in Giappone di una serie di pokémon ha provocato non pochi ricoveri di bambini per crisi epilettiche.
E non sono mancati tra i fanciulli i casi di incubi legati direttamente a questi mostri.
Notiamo “en passant” che i pokémon e prodotti annessi hanno reso più di cinque miliardi di dollari in tre anni!
E di continuo vengono inventati sèguiti al gioco.
I bambini sono quindi sollecitati senza tregua a comprare.
C’è qui indubbiamente un potente mezzo per sviluppare nei bambini lo spirito consumistico.

IDENTIFICAZIONE
L’insegnante britannico menzionato sopra si è interessato al linguaggio dei pokémon; questi sono capaci di articolare una sola parola: il proprio nome.
Egli ha osservato che, giocando, i bambini ripetono questi nomi e si identificano a un pokémon, come quel bimbo di tre anni che quasi in trance nel perseguire un coetaneo, proferiva con voce molto grave: “Bulbasaur attacca, Bulbasaur, Bulbasaur!”.
Così secondo questo studioso inglese, tramite ciò che appare come una forma d’invocazione, i bambini potrebbero rendersi a poco a poco più ricettivi a delle trasformazioni della personalità e perfino a degli influssi diabolici.
Possiamo quindi sospettare ragionevolmente negli inventori di questo gioco una volontà di tralasciare la cultura cristiana e il suo orientamento verso il Bene, il Vero e il Bello (“splendore del vero”) per indottrinare i fanciulli alla “mistica” della new age, al suo sistema di credenze, al mondo occulto per il quale i pokémon sembrano davvero adempiere un ruolo d’iniziazione.

IL SEGUITO…
Inoltre un seguito si sta già preparando: i Digimon, i mostri digitali; si chiamano con i nomi “poetici” di Ogremon, Tyrannomon, Metalgreymon, ecc.
Con loro, ancora un passo avanti nell’orrore!

HARRY POTTER

Difficile ignorare questo nome onnipresente, che rappresenta un impressionante successo librario planetario, con gli ormai più di 116 milioni di libri stampati in cinque anni, diffusi in 200 nazioni e tradotti in 47 lingue.
La saga, creata dalla scozzese Joanne Kathleen Rowling nel 1997, conta già quattro titoli: Harry Potter e la Pietra filosofale, Harry Potter e la Camera dei segreti, Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban, Harry Potter e il Calice di fuoco.
Quest’ultimo è uscito il giorno di Natale 2000 a mezzanotte (per caso?) con una prima tiratura di 3,8 milioni negli USA (3 milioni venduti il primo week-end!).
Un immenso successo corroborato da Hollywood che ha già trasformato in film il primo volume grazie al lavoro di Chris Columbus.
Tralasciamo il film, che riporta anche un colossale successo, per andare direttamente alla fonte: i libri.

CHI È HARRY POTTER?
Harry è un ragazzino di 11 anni (invecchia di un anno con ogni volume e avrà quindi 17 anni nel settimo e ultimo libro previsto).
Orfano di padre e di madre, vive dagli zii.
Impara un giorno che è il figlio di un mago e di una strega assassinati dal terribile Voldemort, “il Signore delle tenebre”, il cui nome nella saga viene pronunciato stentatamente, per lo più sostituito da “Tu-Sai-Chi” (allusione all’usanza ebraica di non pronun- ciare il nome di Iaveh? Ma qui sembra si tratti piuttosto del diavolo…).
Il piccolo Harry è scappato alla follia omicida di Voldemort, ma gli è rimasta sulla fronte una cicatrice in forma di saetta che lo fa soffrire quando si avvicina Voldemort.
Le bacchette magiche di Harry e di Voldemort sono gemelle: contengono ambedue una piuma della stessa fenice.
Dopo aver preso coscienza della sua natura di mago, Harry viene invitato a recarsi nel collegio di Hogwarts, famosa scuola di stregoneria dove incontra due altri allievi, Ron Weasley e Hermione Granger, che ormai saranno i suoi compagni di scuola e di avventure.

IMMENSI LIBRI
Se il primo volume aveva 296 pagine, il secondo 310, il terzo 368, il quarto ne ha 627.
Come mai i nostri ragazzini, che leggono con sempre più fatica in questa civiltà dell’audiovisivo, riescono a divorare tante pagine?
Vengono stranamente affascinati da questa sottile miscela di naturale e di preternaturale, di reale e d’irreale, di concreto e di magico, di antico e di moderno.
Il problema è che lo spirito di questi libri è uno spirito anticristiano: una descrizione ammaliatrice dell’Impero delle Tenebre.

UN MONDO SENZA DIO
Nel collegio di Hogwarts, tutta la vita è impregnata di magia.
I professori sono tutti maghi o streghe, per esempio la professoressa McGranitt abile a metamorfosarsi in gatto.
I libri di testo sono tutti magici: Manuale degli incantesimi, Storia della magia, Guida pratica alla trasfigurazione per principianti, Le forze oscure: guida all’autoprotezione, ecc.
Ovviamente, le uniche lezioni seguite dagli scolari sono per imparare a fare bevande magiche, a gettare dei sortilegi, a trasformare delle cose, a difendersi contro la magia nera e altre pratiche di magia e di stregoneria.
Nessun altro insegnamento: siamo in pieno “fondamentalismo” magico.
Perfino i giochi sono magici: il gioco ufficiale di Hogwarts è il quidditch: una specie di football aereo su manici di scopa (arnese tradizionale del folklore stregonesco).
I soli riferimenti religiosi presenti nei quattro volumi sono la semplice evocazione delle feste di Natale e di Pasqua ridotte a un buon pranzo, uno scambio di regali e un periodo di ferie.
Appare fugacemente il fantasma di un “monaco piccolo e grasso”.
Invece Halloween è davvero la grande festa della scuola.
Nel quarto tomo, in occasione del S. Natale, l’autrice ci mostra un elmo vuoto che canta una parte delle parole del “Venite fedeli”; le lacune vengono colmate da rime inventate “tutte decisamente maleducate”. Festa e canto sacro vengono così tranquillamente profanati.
In questo quarto volume, una chiesa è menzionata per la prima volta, ma, lo vedremo dopo, per una scena che ha i caratteri di un sacrificio satanico!

UN’INIZIAZIONE AL MALE
Harry Potter non va in collegio per imparare innocenti giochi di magia bianca, intesa come l’abilità dei prestigiatori, ma per imparare i vari sortilegi, metamorfosi, altrettante pratiche che lo renderanno superiore ai “Babbani” (i non stregoni, disprezzati perché sprovvisti di poteri magici).
Apparentemente ci potrebbe sembrare di essere sulla scia inoffensiva delle antiche fiabe (rendersi invisibile, far apparire dell’oro, ringiovanire o invecchiare, ecc.); e questo contribuisce al fascino di questa saga.
Ma non è così.
In effetti, leggendo una fiaba tradizionale ci accorgiamo subito di essere in un mondo puramente immaginario, un mondo “fantastico” in cui ci sono fate, streghe, gnomi, ecc., un mondo di sogno che non incide sulla vita reale del lettore.
Invece con Harry Potter assistiamo ad una specie di incarnazione del magico nel mondo normale.
Harry Potter e i suoi amici sono bambini del nostro secolo, tipicamente “british” che, fuori dell’anno scolastico, raggiungono le loro famiglie che abitano le città “normali” in mezzo ai “Babbani”.
Il messaggio implicito è chiaro: i poteri magici, l’essere mago o strega è un privilegio, un dono speciale, qualcosa di positivo, un po’ come il battesimo e la grazia sono un privilegio del cristiano sul non cristiano.

MAGIA E RELIGIONE
Occorre qui rivolgere uno sguardo cristiano alla magia, appoggiandosi sulla sacra teologia.
La magia appartiene ai peccati contro il primo comandamento, accanto all’idolatria (con la quale una creatura viene onorata come Dio).
È un peccato di superstizione in senso stretto, in quanto attribuisce ad una creatura “poteri che, secondo l’ordine della natura e della grazia essa [questa creatura] non ha”.
E questa “superstizione in senso stretto si commette con la divinazione e la stregoneria (vana osservanza)”. Lo stesso teologo ci dà anche la seguente precisazione: “riguardo al grado della colpa, deve notarsi che la divinazione e la vana osservanza sono in sé peccati molto gravi, contenendo una esplicita o implicita invocazione del demonio.”.
Spieghiamo brevemente le cose: divinazione e vana osservanza sono due specie della superstizione, la prima mira al conoscere, la seconda all’agire.
“La divinazione è l’invocazione espressa o tacita del demonio per ottenere la conoscenza di cose nascoste, occulte o segrete.”
Il teologo Prümmer ci spiega la ragione della malizia della divinazione: “Siccome la conoscenza di queste cose non si ha nè per le forze naturali dell’uomo, nè da Dio, nè dagli angeli buoni […] si deve concludere che ogni divinazione si fa per opera diretta o indiretta del demonio.”
Quanto alla vana osservanza, è un ricorso superstizioso, in vista di un effetto, a dei mezzi in sé inadeguati (per esempio portare un amuleto contro tale malattia).
Si riduce alla vana osservanza la magia che è, esclusi i semplici giochi di prestigio, “ars operandi mira ope dæmonis”, cioè l’arte di operare delle cose mirabili tramite il concorso (implicito o esplicito) del demonio. Purtroppo il mondo di Harry Potter e dei suoi amici nel castello di Hogwarts, e anche un po’ quando sono in vacanza, è imbevuto totalmente di questi peccati di superstizione.

MAGIA DAPPERTUTTO
Prendiamo qualche esempio.
Per la divinazione, nel terzo volume, vediamo la professoressa Cooman spiegare a Harry, Ron e Hermione il programma annuale di divinazione: lettura delle foglie di tè, lettura della mano (chiromanzia), infine della sfera di cristallo (cristallomanzia).
Per quanto riguarda la magia, i bambini non soltanto la studiano, ma anche la praticano molto spesso, per esempio Hermione usa un incantesimo di levitazione per fare volare una piuma e il sortilegio “Petrificus totalus” per paralizzare un coetaneo.
D’altra parte, nel secondo volume, si dice che “all’insaputa dei professori, fra gli studenti [di Hogwarts] prendeva piede un fiorente commercio di talismani, amuleti e altre protezioni”.
Anche i malefici più “neri” vengono insegnati a Hogwarts (e usati soprattutto nel quarto volume): l’“Imperius”, il “Cruciatus” e il terribile “Ava Kedavra… l’Anatema che uccide”, contro il quale “non c’è contromaledizione”.
È vero che gli studenti hanno l’ordine di non usare questi malefici ordinati a nuocere, ma… chi sa se obbediranno?
Imparano le “contromaledizioni”, cioè lottare contro Satana con le sue stesse armi.
Come siamo lontani dallo spirito cristiano!
San Tommaso d’Aquino ci ammonisce: “L’uomo non ha ricevuto il dominio sui demoni per potersene servire come vuole, ma deve avere con essi una guerra dichiarata.
Perciò in nessun modo è lecito all’uomo ricorrere all’aiuto dei demoni con accordi taciti o espressi”.
Nei quattro libri, scopriamo una progressione, non soltanto nel numero delle pagine, ma anche nel grado di magia e di orrore: le avventure di Harry Potter in mezzo a mostri diversi, vampiri, fantasmi, mangiamorti, ecc. appaiono sempre più terrificanti e sanguinose.

IL BENE E IL MALE
D’altra parte, nelle vecchie fiabe che hanno un reale valore educativo, c’è sempre Il mondo tenebroso di Harry un chiaro contrasto tra i buoni e i cattivi; il bene vi è sempre premiato e il male castigato.
Potrebbe sembrare così anche nella saga di J. K. Rowling in cui vediamo una lotta tra il campo dei “buoni” (Harry, i suoi amici, il direttore della scuola, il Ministero della magia) e quello dei cattivi (Voldemort, i mangiamorti, Draco Malfoy, etc.) ma in realtà i parametri morali sono capovolti perché i buoni ricorrono alle stesse armi dei cattivi (magia, stregoneria).
Di più “il male non è mai davvero vinto e il bene non prevale – e solo apparentemente – che grazie a brutti e cattivi mezzi”.
Va notato anche che il quarto tomo ci mostra il “buon” Harry mentre pesta degli scarabei, immaginando che ciascuno abbia la faccia del professore Piton che egli odia.
I buoni, come i cattivi, non esitano a ricorrere alla menzogna o ancora alla disobbedienza.
Interrogato da un giornalista sulla morale di Harry Potter, don Amorth, l’esorcista di Roma, rispondeva: “Le regole si possono facilmente infrangere se non sostengono i propri interessi; mentire è giustificato, efficace per raggiungere il proprio scopo”.

DALL’ESOTERISMO AL SATANISMO
Il quarto tomo è il peggiore: i sortilegi si moltiplicano, diventano facilmente malefici, fino alla tragedia sanguinosa del trentaduesimo capitolo: uno stregone nero, Codaliscia, uccide un compagno di Harry in un cimitero davanti ai suoi occhi.
Poi ha luogo un rituale satanico, durante il quale il terrificante Voldemort riunisce il suo spirito a un corpo umano, dando così a se stesso una nuova vita.
In questo rituale satanico, assolutamente orribile, una specie di bambino mostruoso viene gettato vivo in un calderone bollente con le ossa di una tomba profanata e un po’ di sangue di Harry, il tutto con delle formule che sembrano ricordare in modo blasfemo i grandi misteri della Fede cattolica…
Lo scrittore e pedagogo francese Yves Chiron dichiara con franchezza dopo avere letto i quattro volumi di Harry Potter: “non ho che una grande fretta: sbarrazzarmene perché i miei figli non ci cadano sopra”. Pienamente d’accordo con questa dichiarazione, siamo profondamente delusi dalle incredibili parole del “religiologo” M. Introvigne: “Chi critica il film [di H. Potter] assume l’atteggiamento talebano di rifiutare ogni forma culturale che non sia religiosa”.
Il Signor Introvigne è completamente fuori strada: se rifiutiamo e condanniamo la saga di H. Potter, non è perché non sia una cultura religiosa, la rifiutiamo perché è una cultura religiosa profondamente falsa in quanto fa l’apologia della superstizione magica, peccato contro il primo precetto del Decalogo, “religione” espressa o tacita di Satana.
“Non esiste una magia buona. La magia bianca praticata da Harry Potter e la magia nera […] sono entrambe nelle mani di Satana”, dice ancora il Padre Amorth.

CONCLUSIONE
È palese che Halloween, i pokémon e Harry Potter hanno lasciato la scia del “fantastico” classico nel quale il bene veniva sempre ricompensato e il male punito, per pascolare sui prati avvelenati delle scienze occulte, dell’esoterismo e perfino del satanismo.
Mentre la fiaba classica mostra il magico come qualcosa di puramente immaginario, d’irreale, di lontano, i pokémon, ma soprattutto Halloween e i libri di Harry Potter hanno uno scopo chiaramente pedagogico, “catechistico”: si tratta di trasmettere nuove conoscenze, la conoscenza (la “gnosis”) dei misteri e poteri magici invece della conoscenza dei misteri, delle verità e dei sacramenti della Fede.
Questa volontà pedagogica è palese: basta vedere le scuole che ormai sempre di più organizzano la festa di Halloween (allorché tende a scomparire la festa pubblica del S. Natale…), utilizzano i libri di J. K. Rowling come libri di testo, incoraggiati dall’incomprensibile atteggiamento delle librerie “cattoliche” (per esempio a Torino le Paoline e la LDC nel Valdocco di don Bosco) che propongono questi libri.
A questo proposito va notato che l’autrice ha già dato via libera a un editore per la traduzione in greco antico e in latino del suo primo volume.
Non mi sembra irragionevole vedere in ciò un progetto per accrescere l’“autorità” di questi libri, facendoli entrare in un certo senso nel mondo scelto della cultura greco latina che è anche quello delle due grandi lingue sacre del cristianesimo.

ALLA SCUOLA DI HARRY
È un fatto che il lettore di Harry Potter, giovane o no (circa il 30 per cento dei lettori sarebbero degli adulti), senza forse accorgersene, entra nella scuola di Hogwarts e riceve ogni anno un programma di studio molto completo sulla nuova religiosità magica profondamente anticristiana, presentata come qualcosa di facile, normale, tanto più affascinante che i libri sono scritti con un reale talento, una prodigiosa immaginazione, una conoscenza perfetta della psicologia giovanile e del mondo scolaresco.
Per confermare questo impatto pedagogico, possiamo citare il titolo di un libro appena uscito l’anno scorso e che è già alla sua quarta edizione italiana: Manuale per apprendisti maghi.
Guida al magico mondo di H. Potter (49).
Il libro dà molte informazioni alla portata dei ragazzi su tanti argomenti: da “amuleto” a “zombie”, sfila tutta la panoplia delle arti magiche, presentate come una cosa anodina; non manca nemmeno all’articolo “maledizione” un’invocazione diretta del demonio che preferisco non citare in questo articolo.
Dobbiamo constatare che assistiamo, ahimè, sotto l’apparenza d’innocenti divertimenti giovanili, a una vera offensiva contro il cristianesimo.
La strategia potrebbe essere così descritta: sostituire furtivamente le feste cristiane con feste neopagane (Halloween), trasformare i comportamenti dei fanciulli cristiani tramite il gioco (i pokémon) e i nuovi eroi-modelli legati al mondo dell’esoterismo e della stregoneria (Harry Potter).
Di nuovo siamo in pieno combattimento delle “Due Città”: quella del mondo e di Satana contro quella di Dio.

RUOLO DEI GENITORI
Avvertiamo il serio dovere di mettere in guardia i genitori a proposito di Halloween, dei pokémon e della saga di Harry Potter, perché questa volta il grande Stratega delle Tenebre ha portato l’assalto contro il baluardo più prezioso e più vulnerabile della Cristianità: le menti e i cuori dei bambini e dei ragazzi; si tratta di far perdere il gusto per il Bello, il Puro, il Vero, il Bene, abituando a poco a poco bambini e ragazzi a cose laide, orrende, spaventose, mostruose.
Il magico deve diventare una cosa normale.
La dottrina cristiana e la pratica delle virtù cristiane devono lasciare il posto alle dottrine occultistiche e alla ricerca dei poteri magici. Il culto di Dio tramite l’adorazione e la preghiera deve essere rimpiazzato dalle formule di incantesimi e di sortilegi che non sono altro che preghiere a Satana.

REAGIRE
Allora tutto è perduto?
No.
Bisogna reagire affidandoci totalmente all’Onnipotente e all’Ausiliatrice che già in anticipo schiacciò il capo del Principe della magia.
Cosa fare in concreto, dopo la preghiera che è la cosa principale?
Potrebbe essere l’argomento di un altro articolo.
Ma diciamo già che non basta condannare Halloween, i pokémon, H. Potter, ecc.
Occorre anche fare un grande sforzo per vivere e trasmettere il patrimonio splendido – e vero – della nostra Santa Religione.
È sicuro che la desertificazione delle chiese facilita l’introduzione e la diffusione di feste come Halloween. D’altra parte, è necessario più che mai, per impedire l’irrompente propagazione di giochi come i pokémon, di proporre ai bambini giochi buoni, interessanti e veramente educativi, favorendo l’apprendimento delle virtù naturali (e anche soprannaturali).
Riguardo alla lettura, se vogliamo proteggere i bambini e i ragazzi contro i libri avvelenati dall’occultismo, occorre nutrire le giovani anime con le verità bellissime di una catechesi integra e tradizionale.
Bisogna anche leggere loro e far loro leggere buoni libri contenenti belle storie divertenti e educative, dando largo spazio alla Storia sacra, ai Vangeli, alle biografie dei santi che ci mostrano il vero meraviglioso: quello che Dio compie con sovrabbondante ricchezza nelle anime dei suoi amici, andando tante volte fino ai miracoli, infinitamente più veri, più belli di tutto il corteo di sortilegi, divinazioni e prodigi che sa compiere il demonio per i suoi servi per portarli più agevolmente nel suo Regno di Tenebre per sempre.
Dio ci dice nella Sacra Scrittura: “Non ci sia in mezzo a te […] chi fa l’indovino o predice le sorti, né augure, o mago, né chi fa incantesimi, o consulta gli spettri o gli spiriti, né chi evoca lo spirito dei morti. Chiunque pratica queste cose è in abominio davanti al Signore […].
Quanto a noi, fedeli a queste parole, scegliamo risolutamente il Regno di Dio, Regno del Bene, del Vero e del Bello, Regno di vera fede, di pura speranza e di mite carità.

FACCIAMO I CONTI IN TASCA AD HALLOWEEN
Quanto sborsano in media gli americani per celebrare degnamente la festa delle streghe e degli spiriti?
La National Retail Federation ha rilasciato negli ultimi giorni la sua analisi sul mercato di Halloween 2004 per quanto riguarda il territorio statunitense. Si prevede che quest’anno gli americani spenderanno circa 3,12 miliardi di dollari rispetto ai 2,96 dello scorso anno. L’acquirente tipo pianifica di sborsare 43,57 dollari con medie di 15,21 per costumi e 14,83 per caramelle (ricordiamo che negli Usa è usanza regalare dolci e canditi ai bambini mascherati che bussano alla porta urlando trick or treat! ).
Halloween si afferma come seconda festa annua per quanto riguarda le decorazioni in casa e fuori con il 61,8 percento dei consumatori che prevede di addobbare casa con zucche, fantasmini e ragnatele. Altre cifre? Eccole: Più del 54% delle persone fra i 18 e i 24 anni di età prevede di indossare un costume e poco meno (50,6 %) intende organizzare o recarsi a un party mentre ben l’82,7% degli over 55 prepareranno mucchi di dolciumi per gli spiriti e le streghette che invaderanno le loro magioni.Nonostante questa enorme risonanza Halloween, a causa della sua natura di festa “priva di regali”, rimane solo al sesto posto nella classifica delle feste annuali per spesa dietro Natale, San Valentino, Pasqua, Giorno della Mamma e Giorno del Papà.