martedì 16 ottobre 2007

RINNOVAMENTO NELLO SPIRITO SANTO


“Non li guarì né un’erba né un emolliente, ma la tua parola, o Signore, la quale tutto risana” (Sap. 16,12). È questo il tema, tratto dal libro della Sapienza, che ha visto la partecipazione di circa seimila persone provenienti dai gruppi e comunità appartenenti al Rinnovamento nello Spirito in Campania, domenica 14 ottobre 2007, presso il Palazzetto dello Sport “Palasele” di Eboli (Sa), per la 30ª Convocazione Regionale del movimento ecclesiale. Nella nostra società, sempre più complessa, prigioniera di paure e solitudini, si sta spegnendo la speranza. La “Parola” è percorso di vita! Gustarla, amarla, celebrarla, viverla e annunciarla - in parole e opere: è questo l’itinerario che si apre dinanzi a noi, se comprendiamo che nella Parola di Dio sta la sorgente della vita.

Fa sempre un certo effetto pregare ed adorare Dio con più di seimila persone che lo lodano a gran voce, quel fragore simile a grandi acque è una corsia preferenziale per avanzare alla presenza della Maestà Divina. Le lodi diventano trono e l'adorazione si fa sgabello per i suoi piedi e Sua Altezza, scende e tocca i cuori, guarisce, sana,libera, ascolta, parla ... Regna! Per due ore è ristabilita la giustizia e la pace in quella porzione di terra, per due ore i fratelli giunti da mille posti diversi, differenti per età, cultura, stato sociale, sono UNA SOLA COSA!!!
Seimila voci che lo acclamano Santo, Santo, Santo ... seimila voci in un solo canto, in una sola melodia che lo Spirito ha suggerito e che senza fretta, senza rispetto per i programmi umani prende tempo, spazio ... e riempie, e dilaga. Questo canto inziato dalla musica del ministero diventa profumo e sale al cielo come incenso aromatico. Un solo canto in lingue, fragoroso, potente, avvolgente, quasi avvilente ...che giunge al cuore di Dio e l'Eterno scende ...e si lascia amare. Quasi che il cielo e la terra fossero un tutt'uno e non distingui più il luogo ed il tempo, è il Suo tempo e in Dio tu sei perso ed avvolto, rapito e abbandonato. Mentre il canto cresce, aumenta, come un fiume ingrossato dalla pioggia straripa, così il canto ingrossato dalla Gloria straripa nei cuori e nessuno resta aciutto, nessuno resta salvo, nessuno tutti "persi" in Gesù Re! Questo è il paradiso ?!?!


Giosuè

IL DONO DELLE LINGUE (di P.Robert Faricy)

E' da molto tempo che volevo trattare quest'argomento ma con le mie povere parole e con la mia poca conoscenza non avrei mai potuto scriverlo. Ho sempre ritenuto il dono delle lingue uno strumento micidale nelle mani di Dio donatoci per Suo diletto e per aiuto nella contemplazione, ma non sapevo come portarlo nel blog, dopo un'estenuante ricerca l'ho trovato. E' un'articolo illuminante ed incoraggiante, mi auguro che la potenza dello Spirito dopo averlo letto vi porti tutti a cantare in lingue ... (dedicato ad una mia cara sorella !!! )
Giosuè

A Nairobi, nel corso di una riunione di alcuni leader del Rinnovamento Carismatico Cattolico di lingua inglese, il responsabile del gruppo di preghiera del Cairo si rivolse a me per consiglio su un problema: "I mussulmani vengono alle riunioni del mio gruppo e cantano in lingue assieme a noi. lo ho detto loro di smettere perché non sono cristiani e perciò non possono pregare in lingue, ma essi lo fanno ugualmente. Che debbo fare?".

Dono divino
Il dono delle lingue non appartiene soltanto al Rinnovamento Carismatico o a tutta la corrente Pentecostale cristiana, bensì a chiunque lo riceva dal Signore, in quanto lo Spirito soffia dove vuole. Infatti, molte sono le persone che, pur non essendo mai state in una chiesa pentecostale o a un incontro di preghiera "carismatica", usano ordinariamente il dono delle lingue, anche tutti i giorni, nella loro preghiera personale.Che cosa è il dono delle lingue? Donde proviene? A che cosa risale? E' un carisma? Quali benefici comporta? Come si può ricevere?
Il dono delle lingue è una forma di preghiera contemplativa. Contemplazione significa unione a-concettuale con Dio, senza parole; un'unione per mezzo dell'amore, nella quale adoro Dio, lo lodo, lo amo e vado a lui senza parole, pensieri o idee particolari. Posso contemplare il Signore in silenzio, "guardandolo" solamente, sapendo che lui guarda me con amore, misericordia e comprensione. Non ho bisogno di concetti, parole o pensieri: potrei pronunciare lentamente il Nome di Gesù, nel mio cuore, oppure ripetere ogni tanto una frase come: "Ti amo, Gesù". Molte persone contemplano silenziosamente durante la messa, all'elevazione del Corpo e del Prezioso Sangue del Signore oppure durante il ringraziamento dopo la comunione. E tutto può avvenire senza dire preghiere né fare richieste, ma in un profondo silenzio interiore. Questa è la contemplazione silenziosa nella quale conosco il Signore con una conoscenza che deriva dall'amore, una consapevolezza che risiede nel cuore più che nella testa. Conosco Dio grazie all'amore: il mio per lui e il suo per me. La mia conoscenza trascende i pensieri e le parole. Conoscere il Signore e ben più che sapere di lui mediante lo studio e la lettura.

L'ignoto autore di "La nube della non-conoscenza" chiama la contemplazione "essere uno" con il Signore, Conosco il Signore, sono unito a lui, in una "nube di non-conoscenza" per quanto concerne il mio intelletto, ma il mio cuore conosce il Signore.

Il dono delle lingue è una contemplazione "sonora", una preghiera contemplativa vocalizzata. Quando parlo o canto in lingue, le sillabe che uso non stanno a significare pensieri o idee, non rappresentano un concetto particolare, non hanno un contenuto specifico. Quando faccio uso del dono delle lingue, balbetto, dico, canto sillabe prive di senso.Pregando in lingue, ordinariamente non si fa uso di un linguaggio vero e proprio, pur avendone il suono.

Studiosi di idiomi antichi e moderni hanno registrato su nastro alcune preghiere in lingue di migliaia di persone, hanno analizzato ciò che era stato raccolto ma non hanno trovato alcuna struttura idiomatica non solo di linguaggi conosciuti, ma perfino di un qualsiasi linguaggio possibile. E' dunque più simile alla danza o alla gestualità.

Dono per guarire
In quanto forma di contemplazione, il dono delle lingue, come ogni Preghiera contemplativa, guarisce. La contemplazione mi permette, in qualche modo, di "penetrare" in Dio, di giungere non soltanto alla sua presenza, ma a una maggior conoscenza di lui per mezzo dell'amore. La conoscenza del cuore, per così dire, scocca verso il Signore come una freccia, lo raggiunge e lo "tocca". Un poco come avvenne alla donna che allungò una mano e toccò l'orlo del mantello di Gesù: la potenza che emana da Dio mi guarisce. Circa tredici anni fa, quando ricevetti il dono di pregare in lingue, ero solito usarlo un pochino ogni giorno. Dopo il primo anno mi accorsi che si erano verificate in me alcune guarigioni notevoli, non solo nella mia vita spirituale, ma anche in quella psichica: peccavo di meno ed ero anche tentato di meno. Il Signore mi ha sostenuto in molti modi, ricucendo brandelli ormai logori del mio essere. Il dono delle lingue ha aiutato a guarire interiormente me e innumerevoli persone.

Le lettere di San Paolo possono aiutarci a capire meglio un tale dono: Dalla Prima lettera ai Corinzi si evince che quella Chiesa aveva molti problemi. Paolo scrive di non aver potuto parlare ai Corinzi come a uomini spirituali, ma come ad esseri carnali (cfr. 3,1). Gelosie e contese travagliano la comunità. Tra i Corinzi non c'è neanche un minimo di unità; alcuni si dicono seguaci di Paolo, alcuni di Apollo e altri di Cefa (cfr. 1 Cor 1, 11- 16; 3,3-23). Appaiono divisi su questioni come quella che dibatte se le donne, nell'assemblea, debbano avere o no il capo velato (cfr. ibid. 11,2-16); si offendono e si ingannano reciprocamente, intentando azioni legali l'uno contro l'altro (cfr. ibid.'6,1-7). La celebrazione della cena del Signore si svolge senza alcuna regola (cfr. ibid. 11,2 1). Hanno inoltre seri problemi di sesso (cfr. ibid 5,1-13; 6,13-20).I doni hanno reso i Corinzi arroganti, hanno gonfiato il loro orgoglio (cfr. ibid. 4,6; 4,18; 5,2; 13,5). Il dono di cui hanno maggiormente bisogno è quello che sembra più carente in loro: l'amore (cfr. ibid. 13). Le assemblee di preghiera a Corinto sono caotiche. Abbondano le profezie in lingue, ma con poche o nessuna interpretazione e a volte due o più persone profetizzano in lingue contemporaneamente. Il dono delle lingue di cui Paolo scrive nel capitolo 14 della Prima lettera ai Corinzi è il carisma della profezia in lingue. Come tutti i carismi, non è dato a tutti, solo ad alcuni e il suo scopo è di edificare la comunità (cfr. ibid. 12).

Perché pregare in lingue
Qui non vogliamo trattare del carisma della profezia in lingue, ma del dono delle lingue quale viene usato nel gruppo di preghiera o nella preghiera personale. Nessuno manifesta tutti i carismi e nessun carisma è comune a tutti.Se vogliamo dire che c'è un'eccezione, questa è proprio per il dono delle lingue, che, per pregare è offerto a tutti, così come esiste il dono della fede, accessibile a ognuno. Invece, proprio come il carisma della fede (cfr. 1 Cor 12,9) - una fede particolarmente forte che può far spostare le montagne - che è dato soltanto ad alcuni, così anche il carisma di profetizzare in lingue è dato relativamente a poche persone. La lettera agli Efesini dice fra l'altro: siate ricolmi dello Spirito, intrattenendovi a vicenda con salmi, inni, cantici spirituali, cantando e inneggiando al Signore con tutto il vostro cuore" (5,18-19). Sappiamo che cosa sono i salmi e gli inni. I cantici spirituali che cosa sono? Cantare nello Spirito, cantare in lingue insieme.Perché dovrei pregare in lingue quando Posso pregare nella mia lingua-madre? Perché pregare in lingue "oltrepassa" il pregare in una qualunque lingua; è un tipo di preghiera "superiore": è preghiera contemplativa; perché il dono delle lingue guarisce chi ne fa uso, perché è un modo facile di Pregare e perché fa piacere al Signore.

Non si può acquisire il dono delle lingue: esso è dato dal Signore a chi glielo chiede: è un dono dello Spirito e per riceverlo bisogna arrendersi, consegnarsi allo Spirito Santo. Come? Semplicemente andando in un luogo dove si può star soli, forse inginocchiarsi, sollevare le mani e chiedere al Signore quel dono; poi, "consegnarsi" allo Spirito e iniziare dicendo o cantando, per sbloccarsi, alcune sillabe senza senso, come un bimbo che balbetti alla propria madre; infine, lasciar fluire le "parole" come lo Spirito guida. E' facile, se si guarda a Dio con gli occhi della fede. Se si desidera cantare, sarà utile cominciare su una nota: penserà poi lo Spirito a dame altre. C'è un altro modo per ottenere dal Signore il dono delle lingue: chiedere a qualcuno che già manifesta questo carisma, che preghi con te affinché ti venga concesso; oppure che preghi in lingue su di te. A volte può essere di grande aiuto, all'inizio, cercar di imitare la preghiera in lingue della persona con cui si prega; una volta preso l'avvio, si pregherà o si canterà da soli.

Dono di umiltà
Può capitare che, pregando in lingue, ci si possa inizialmente sentire sciocchi o stupidi: ciò dipende soltanto dal grado del proprio orgoglio. Non permettere al tuo orgoglio di bloccarti. Ma come si fa a sapere che si tratta proprio del dono delle lingue? Puoi averne la prova in questo modo: hai capito quel che dicevi? No. Stavi pregando Gesù? Sì. Nient'altro è necessario. Non aspettarti di comprendere più di quello che Può essere utile. Lascia che il Signore operi: stai dicendo qualcosa che non capisci e lo stai dicendo a Dio. E' lo Spirito, in te, che ti dà il potere di farlo, ma è anche un atto umano che devi compiere tu. Perciò è necessaria la tua cooperazione. Per ricevere il dono delle lingue, non occorre essere pentecostali o "carismatici". Se i Mussulmani possono cantare in lingue al Cairo, non c'è ragione per cui i Cristiani non possano pregare o cantare al Signore in lingue in ogni parte del mondo. Infine, questo dono è molto usato nel ministero personale, non solo in quello della preghiera d'intercessione, ma anche quando si prega con qualcuno per un qualunque tipo di guarigione, per le sue intenzioni o per la liberazione. I genitori possono pregare in lingue sui propri figli, le madri in attesa possono poggiare le mani sul loro grembo e pregare sulla creatura che portano, Questi sono solo alcuni dei molti modi in cui si può usare il dono di pregare in lingue - un altro dono di amore che il Signore ci offre per attirarci più vicini a sé.

mercoledì 10 ottobre 2007

CANTO IN LINGUE E "INTERFERENZE ANGELICHE"

Nei nostri incontri di preghiera ci sono momenti in cui dall'assemblea si leva come un mormorìo di voci, che somiglia al mormorìo delle acque di un ruscello, al fruscìo delle foglie degli alberi del bosco solcati da una brezza, e la preghiera vocale si trasforma in un canto, in cui ognuno dei partecipanti interviene con una sua melodia, e tutti insieme concorrono a produrre un'armonia strana ma bella. Il canto può assumere la forma del giubilo, noto alle prime generazioni cristiane di cui parla anche S. Agostino, commentando il salmo 32 (33), versetto 3: " Cantate al Signore un canto nuovo", o " in iubilatione ", come legge nella sua traduzione spiega quella " iubilatio " (o giubilo) come l'immagine dei lavoratori dei campi, i quali, quando mietono o quando vendemmiano o quando sono occupati in qualsiasi altro lavoro, cominciano ad esultare usando le parole dei canti, ma poi, inondati di letizia incontenibile, e non potendo esprimersi in parole, lasciano cadere le sillabe delle parole e si abbandonano al suono del giubilo, intendendo così spiegare senza parole quello che sentono nel cuore. Allora la gioia si dilata al di là dei limiti delle sillabe.

Questo canto improvvisato senza parole lo troviamo nelle antiche liturgie, soprattutto pasquali, fino al IX secolo, quando la melodia spontanea e libera che seguiva l'ultima nota del canto venne sostituita dalla sequenza, con parole fisse e melodia prestabilita. Nella preghiera privata la pratica del giubilo, ossia del canto improvvisato senza parole, o con fonemi propri la ritroviamo nel Medio Evo e nell' Età Moderna, come ci testimoniano le vite dei santi:S. Francesco d'Assisi, S. Teresa d'Avila, S. Giovanni della Croce.

Il giubilo, oggi, nel risveglio dei carismi, è comune nei Gruppi di Rinnovamento e nella preghiera privata di molti carismatici. E forse quel " prego nello Spirito " di S. Paolo può essere inteso in questo senso. Oltre che la forma del giubilo, il canto in lingue può assumere forme di un canto polifonico con parole articolate come se fossero vere lingue, e non è escluso che a tratti, lo siano. Le persone, quasi ascoltandosi tra di loro, convergono nell'esprimere un unico sentimento di lode o di ringraziamento o anche di implorazione di perdono. Succede talvolta, durante questi canti, di udire altre voci, come voci di un coro lontano che si avvicina e si unisce al canto dell'assemblea; succede anche di sentire il suono di altri strumenti, diversi da quelli usati dall'assemblea, che potenziano la musica e danno la sensazione di una deliziosa armonia celeste che integra quella terrena. La percezione di questi suoni (arpe, flauti, campane) talvolta è avvertita da alcuni dei partecipanti; a volte invece sembra captata da tutti o quasi tutti i presenti. Che si tratti, in questo caso, non di un fatto soggettivo personale, di una forma di suggestione collettiva, ma di un fenomeno reale oggettivo, trova conferma nella registrazione delle cassette. Riascoltando i nastri sonori, rileviamo con meraviglia queste " interferenze ", che convenzionalmente chiamiamo " interferenze angeliche " o " canti degli angeli ". Pensiamo che ci siano presenze celesti che si uniscono a noi nel lodare l'unico Signore del cielo e della terra.

Ma gli angeli effettivamente cantano e suonano strumenti, se sono puri spiriti?Nell'Apocalisse assistiamo a solenni liturgie, in cui gli angeli, nei diversi ordini, intervengono con canti e suoni di arpe e di altri strumenti musicali. Si parla anche di trombe, di voci possenti, di tuoni come il fragore di molte acque, di cori angelici, di canti particolari. Si tratta evidentemente di visioni o di audizioni dell'autore dell'Apocalisse. Però attraverso questi segni, Dio narra la storia della Chiesa, il passato, il presente, il futuro, e fa intendere i misteri del Regno; osteggiato dal malvagio, che alla fine sarà distrutto con la vittoria definitiva dell'Agnello. Il canto degli angeli è la traduzione, in termini comprensibili a noi, di quella lode che gli spiriti celesti e tutte le creature rivolgono a Dio; una partecipazione del cielo alla lode che sale dalla terra, una condiscendenza di Dio alla nostra preghiera, facendo usare agli angeli il nostro linguaggio...Possiamo anche formulare un'altra ipotesi, almeno in alcuni casi. Nessuna voce, nessun canto isolato o corale si perde nell'universo.. Dio, con un particolare suo intervento, può farci riudire tratti di cori liturgici di altre epoche, o suoni di strumenti di altri tempi, effettivamente eseguiti, lembi di lode corale del passato, per dire che tutto, passato e presente, si fonde in un'unica lode.
Qualsiasi spiegazione è buona se l'accettiamo col cuore di bambini, grati a Dio di quello che fa per attirare l'attenzione sulla sua presenza in mezzo a noi.










P. Matteo La Grua

lunedì 8 ottobre 2007

Francesco e Chiara, due giovani cristiani … d’oggi.


A quasi 800 anni dalla loro salita al cielo si può dire senza paura di essere smentiti che questi due giovani possono incarnare perfettamente i giovani del 2007. I loro caratteri, le loro ambizioni, i sogni, i loro contrasti, i turbamenti, la loro apparente assenza di Dio sono gli stessi dei giovani contemporanei.
Francesco ad esempio, è un giovane allegro, gioviale, amato dagli amici, spensierato, viziato, egoista, come tutti i giovani di allora e di oggi aspirava ad un grande sogno: divenire cavaliere! Non tanto per le gesta eroiche, non era un prode guerriero, ma per il passaggio ad un “rango” più consono alle facoltose possibilità del padre che si produsse in sacrifici estremi pur di accontentare il figlio e soprattutto se stesso.
Anche il personaggio paterno è incarnabile nel tessuto sociale moderno,infatti quale padre non vorrebbe il meglio per il proprio figlio? E quale non sarebbe disposto a toglierlo dai guai, a pagargli “gli sfizi” o a viziarlo fino a renderlo “schiavo” di un meccanismo di comodo da cui è impossibile staccarsi.
Il giovane ne è soggiogato ma gli fa comodo perché comprende che la potenza economica paterna sarà il mezzo per ottenere i suoi obbiettivi. E’ il discorso di molti figli di oggi e di sempre un “tantinello” opportunisti … non trovate.
E Chiara … sicuramente bella, di nobile famiglia, ricca, potente, con aspirazioni regali e principesche, gentile, laboriosa e tanto sensibile. Forse a differenza di Francesco maggiormente attratta e naturalmente incline al bene, che ottemperava verso i bisognosi quasi naturalmente.
Ad un certo punto accade l'incalcolabile, ciò che stravolge il nostro "bigotto" punto di vista delle cose e della Chiesa, e entriamo in contatto con la "radicalita" del Vangelo! E così oggi come allora nelle nostre città quando accade qualcosa di clamoroso la notizia fa il giro delle piazze e dei vicoli! Francesco è impazzito! Che cosa è accaduto al brillante assisiano degno di essere protagonista delle migliori novelle e leggende medioevali che decanterebbero la sua prodezza militare ed il suo nobile coraggio … è impazzito! No, piuttosto: ha fallito!
Proprio così! A volte capita che non basta essere ricchi, non serve avere grandi sogni, abiti belli, possedimenti … prima o poi devi fare i conti con te stesso, con la tua anima che anela Dio … prima o poi dopo i tuoi fallimenti c’è il volto di Dio!
ciò che prima mi appariva ripugnante ed amaro ora mi era dolcissimo dirà Francesco. Il contatto con la sofferenza umana, con la miseria, con la sua indigenza, con il suo fallimento gli apri il cuore ad una nuova dimensione: non più IO ma DIO! Attraverso il suo fallimento e il ridimensionamento dei suoi sogni l’Eterno gli propone un sogno più grande… e tu, sei pronto a rinunciare ai tuoi sogni per sognare quelli di Dio per te?!?!
Quale miracolo più lucente per la sensibilissima e dolcissima Chiara di Favarone d’Olfreduccio, se un uomo così “carnale” ed egoista come Francesco incontra Dio e cambia vita nei lebbrosi, nei poveri e negli ammalati, quale stimolo per lei, quale segno più chiaro ai suoi turbamenti e alla scelto del suo vero futuro.
Gesù diceva:

Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione. D`ora innanzi in una casa di cinque persone si divideranno tre contro due e due contro tre; padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre (Lc 12,52-53)

Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà
. (Mt 10,37-39)

Gesù è chiarissimo! Il primo ostacolo per molte vocazioni (matrimoniali, sacerdotali, religiose, spirituali, contemplative, missionarie …) è proprio la comodità e la paura di deludere le aspettative dei genitori e per un senso di riconoscenza per tutti i sacrifici fatti che obbligano i due giovani a scelte di “schiavitù” sentimentale. Entrambe sono turbati, indecisi e fortemente titubanti … ma poi c’è l’incontro. E sì fratelli miei se non c’è un’incontro con il Signore non c’è poi la forza di prendere decisioni stravolgenti. Francesco e Chiara attraverso la preghiera, il silenzio, l’adorazione giungono alla scelta radicale di seguire Cristo povero e crocefisso. Si parla delle loro gesta come se si trattasse di una vita scritta su di un copione e solo da interpretare per onorare gli impegni teatrali presi. No fratelli, la scelta costa lacrime, sangue e sacrificio, rinunce, e solchi sulle ginocchia, ore immersi in un silenzio di un Dio che parla a bassa voce e spesso tace, ma non smette mai di eserci. La scelta, qualsiasi essa sia è dolorosa; scegliere Cristo al posto di compiacere gli amici che non ti capiscono, dei genitori che ti credono pazzo, della gente che non ha più stima per te, gettare il tuo perbenismo religioso, sottostare a regole secolari di comodità di ricchezza… a volte si è soli, forse spesso; a volte si ha fame, forse tanta; a volte si è criticati e fraintesi, forse sempre … ma di sicuro ne vale la pena

In verità vi dico: non c`è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del vangelo, che non riceva già al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna. (
Mc10,30)

Allora giovani, coraggio Gesù ci attende, coraggio sposi, coraggio cuori contemplativi, coraggio cavalieri del Grande Re, rendiamo la vita a Dio arrendiamoci al Suo Amore e vedremo le Sue meraviglie e contempleremo il Suo volto. Non turbiamoci se il mondo non ci comprende, noi non siamo del mondo, scegliere Gesù no vuol dire solo farsi frate o suora, vuol dire non accettare compromessi con il peccato, con il nemico e con nessuno, essere solo di Gesù a costo di rimanere da soli … e se non ci comprenderanno ..?

Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e v`insulteranno e respingeranno il vostro nome come scellerato, a causa del Figlio dell`uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i profeti.
(Lc 6,22-23)

Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. Ma tutto questo vi faranno a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato. (
Gv15,24)

Giosuè

martedì 2 ottobre 2007

Siamo grati a Dio ancora una volta di averci condotto alla Sua presenza con potenza e forza per contemplare il Suo Meraviglioso Volto. Erano anni che sognavamo di poter godere dell’adorazione di Darlene Zschech e della Hillsong Church di Sidney, e Dio ce l’ha concesso proprio nel nostro Paese, come non approfittare!
Cosa hanno visto i nostri occhi se non un’umilissima serva che ha fatto della sua vita di pellegrinaggi e di adorazione un canto gradito a Dio. I canti che accompagnano da anni la nostra adorazione, le melodie che toccano le regioni nascoste dell’anima, le parole potenti e delicate che conducono il fedele ben disposto rapidamente davanti al Trono dell’Altissimo. Canti di gioia, di giubilo, di acclamazione, di adorazione e di contemplazione… nulla proprio nulla il buon Dio ci ha fatto mancare per poter restare un po’ di tempo con Lui. Ne eravamo tantissimi eppure Dio in ognuno di noi ha lasciato una traccia d’amore, ha intessuto un filo di gloria, ha innestato un germe di speranza e di condivisione del Suo Immenso Amore. Per una volta tutti insieme senza discussioni teologiche, solo adorazione, tutti insieme Cattolici, Evangelici, Pentecostali … e chissà quanti altri!
Tutti uniti all’unisono nella worship più semplice e più pura quella dei poveri e dei miseri venuti a Roma solo per incontrarLo. Migliaia di giovani speranza vera dell’umanità cristiana che a braccia levate intronavano Dio di lodi e Gli permettevano di adagiarsi sullo sgabello scomodo ed inadeguato ma sincero della nostra adorazione. Per una volta l’infinita stanchezza, lo stress da viaggio, i disagi del corpo sono stati sottomessi dalla volontà di lodare Dio più di ogni altra cosa, per una volta ha vinto lo Spirito, ancora una volta Dio ci ha dato convegno …e ci ha visitati!
A Lui la lode, la Gloria e l’adorazione per i secoli in eterno, Amen.
SU YOUTUBE C'E' GIA' IL VIDEO DI ROMA E POTETE VEDERLO DIRETTAMENTE DAL BLOG NELLE COLONNE A DESTRA ....
Giosuè

venerdì 28 settembre 2007

Il Transito di Francesco d'Assisi (legg.Maggiore)

Avendo conosciuto molto tempo prima il giorno del suo transito, quando esso fu imminente disse ai frati che entro poco tempo doveva deporre la tenda del suo corpo, come gli era stato rivelato da Cristo.
Durante il biennio che seguì alla impressione delle stimmate, egli, come una pietra destinata all'edificio della Gerusalemme celeste, era stato squadrato dai colpi della prova, per mezzo delle sue molte e tormentose infermità, e, come un materiale duttile, era stato ridotto all'ultima perfezione sotto il martello di numerose tribolazioni.
Nell'anno ventesimo della sua conversione, chiese che lo portassero a Santa Maria della Porziuncola, per rendere a Dio lo spirito della vita, là dove aveva ricevuto lo spirito della grazia.
Quando vi fu condotto, per dimostrare che, sul modello di Cristo-Verità, egli non aveva nulla in comune con il mondo, durante quella malattia così grave che pose fine a tutto il suo penare, si prostrò in fervore di spirito, tutto nudo sulla nuda terra: così, in quell'ora estrema nella quale il nemico poteva ancora scatenare la sua ira, avrebbe potuto lottare nudo con lui nudo.
Così disteso sulla terra, dopo aver deposto la veste di sacco, sollevò la faccia al cielo, secondo la sua abitudine totalmente intento a quella gloria celeste, mentre con la mano sinistra copriva la ferita del fianco destro, che non si vedesse.
E disse ai frati: " Io ho fatto la mia parte; la vostra, Cristo ve la insegni ".
Piangevano, i compagni del Santo, colpiti e feriti da mirabile compassione. E uno di loro, che l'uomo di Dio chiamava suo guardiano, conoscendo per divina ispirazione il suo desiderio, si levò su in fretta, prese la tonaca, la corda e le mutande e le porse al poverello di Cristo, dicendo: " Io te le do in prestito, come a un povero, e tu prendile con il mandato della santa obbedienza ".
Ne gode il Santo e giubila per la letizia del cuore perché vede che ha serbato fede a madonna Povertà fino alla fine; e, levando le mani al cielo, magnifica il suo Cristo, perché, alleggerito di tutto, libero se ne va a Lui.
Tutto questo egli aveva compiuto per lo zelo della povertà, che lo spingeva a non avere neppure l'abito, se non a prestito da un altro.
Volle, di certo, essere conforme in tutto a Cristo crocifisso, che, povero e dolente e nudo rimase appeso sulla croce.
Per questo motivo, all'inizio della sua conversione, rimase nudo davanti al vescovo; per questo motivo, alla fine della vita, volle uscire nudo dal mondo e ai frati che gli stavano intorno ingiunse per obbedienza e carità che, dopo morto, lo lasciassero nudo là sulla terra per il tratto di tempo necessario a percorrere comodamente un miglio .
Uomo veramente cristianissimo, che, con imitazione perfetta, si studiò di essere conforme, da vivo, al Cristo vivente; in morte, al Cristo morente e, morto, al Cristo morto, e meritò l'onore di portare nel proprio corpo l'immagine di Cristo visibilmente!
Finalmente, avvicinandosi il momento del suo transito, fece chiamare intorno a sé tutti i frati del luogo e, consolandoli della sua morte con espressioni carezzevoli li esortò con paterno affetto all'amore di Dio.
Si diffuse a parlare sulla necessita di conservare la pazienza, la povertà, la fedeltà alla santa Chiesa romana, ma ponendo sopra tutte le altre norme il santo Vangelo.
Mentre tutti i frati stavano intorno a lui, stese sopra di loro le mani, intrecciando le braccia in forma di croce (giacché aveva sempre amato questo segno) e benedisse tutti i frati, presenti e assenti, nella potenza e nel nome del Crocifisso.
Inoltre aggiunse ancora: " State saldi, o figli tutti, nel timore del Signore e perseverate sempre in esso! E, poiché sta per venire la tentazione e la tribolazione, beati coloro che persevereranno nel cammino iniziato! Quanto a me, mi affretto verso Dio e vi affido tutti alla Sua grazia! ".
Terminata questa dolce ammonizione, I'uomo a Dio carissimo comandò che gli portassero il libro dei Vangeli e chiese che gli leggessero il passo di Giovanni, che incomincia: " Prima della festa di Pasqua... ".
Egli, poi. come poté, proruppe nell'esclamazione del salmo: " Con la mia voce al Signore io grido, con la mia voce il Signore io supplico " e lo recitò fin al versetto finale: " Mi attendono i giusti, per il momento in cui mi darai la ricompensa ".
Quando, infine, si furono compiuti in lui tutti i misteri, quell'anima santissima, sciolta dal corpo, fu sommersa nell'abisso della chiarità divina e l'uomo beato s'addormentò nel Signore.
Uno dei suoi frati e discepoli vide quell'anima beata, in forma di stella fulgentissima, sollevarsi su una candida nuvoletta al di sopra di molte acque e penetrare diritta in cielo: nitidissima, per il candore della santità eccelsa e ricolma di celeste sapienza e di grazia, per le quali il Santo meritò di entrare nel luogo della luce e della pace, dove con Cristo riposa senza fine.
Era, allora, ministro dei frati della Terra di Lavoro frate Agostino, uomo davvero di grande santità. Costui, che si trovava ormai in fin di vita e aveva perso ormai da tempo la parola, improvvisamente fu sentito dagli astanti esclamare: " Aspettami, Padre, aspettami. Ecco sto già venendo con te! ".
I frati gli chiesero, stupiti, con chi stesse parlando con tanta vivacità. Egli rispose: " Non vedete il nostro padre Francesco, che sta andando in cielo? "; e immediatamente la sua anima santa, migrando dal corpo, seguì il padre santissimo.
Il vescovo d'Assisi, in quella circostanza, si trovava in pellegrinaggio al santuario di San Michele sul Monte Gargano. Il beato Francesco gli apparve la notte stessa del suo transito e gli disse: " Ecco, io lascio il mondo e vado in cielo ".
Al mattino, il vescovo, alzatosi, narrò ai compagni quanto aveva visto e, ritornato ad Assisi, indagò accuratamente e poté costatare con sicurezza che il beato padre era migrato da questo mondo nel momento stesso in cui egli lo aveva saputo per visione.
Le allodole, che sono amiche della luce e han paura del buio della sera, al momento del transito del Santo, pur essendo già imminente la notte, vennero a grandi stormi sopra il tetto della casa e roteando a lungo con non so qual insolito giubilo, rendevano testimonianza gioiosa e palese alla gloria del Santo, che tante volte le aveva invitate a lodare Dio.

LA PREGHIERA DAL VOLTO ORTODOSSO

CONTINUA IL VIAGGIO SPIRITUALE NELLA PREGHIERA DEL NOSTRO FRATELLO ORTODOSSO CON TRE NUOVI CAPITOLI AGGIUNTI CON COLORE DIVERSO ... BUONA LETTURA , E BUONA MEDITAZIONE!!!
Giosuè
CAPITOLI GIA' TRATTATI:
  1. La preparazione
  2. I momenti della preghiera
  3. Il luogo della preghiera
  4. L’importanza del corpo
  5. La preghiera come la lotta
  6. Sia fatta la tua volontà

LA PREGHIERA PERSONALE (di Père Michel Evdokimo)


“Quel che conta nella preghiera, è tenersi davanti a Dio con l’intelletto, e continuare a rimanervi senza interruzione giorno e notte, fino alla fine della vita”.
Tre sono i movimenti essenziali nella preghiera:
- La lode e l’azione di grazia : “Sia santificato il tuo nome”, “Lodate il Signore dall’alto dei cieli”.
- L’offerta: come tu perdoni anche noi perdoniamo.
- La domanda. “dacci oggi il nostro pane quotidiano”.
Non dimentichiamo che ci indirizziamo al Padre celeste. Non ad un servo: non dobbiamo inondarlo di domande per fargli correggere la sua creazione nel senso che sembra a noi favorevole. I nostri uffici liturgici ci mostrano che si comincia con la lode, prima di fare un atto di umiltà che a sua volta si collegherà a un ringraziamento per i benefici ricevuti, prima di concludersi con le domande.

La preparazione

“Credo che non c’è cosa più faticosa dell’orazione. Quando l’uomo vuole pregare, allora i suoi nemici, i demoni, cercano di impedirglielo” (Apoftegmi). La decisione di mettersi in stato di preghiera deve talvolta -non sempre! - essere conquistata con una grande lotta contro gli spiriti cattivi che si mettono di traverso per distogliercene. I maestri spirituali dicono: se non senti l’ispirazione, né alcun calore, né alcun desiderio di pregare , “fa come se”, persevera egualmente. Per nuotare bisogna gettarsi nell’acqua. Così bisogna gettarsi nella preghiera.
Sulla prima pagina di un libro di preghiere si legge: resta un momento in silenzio, poi pronuncia le parole. Bisogna mettere un po’ di ordine nel caos della nostra anima prima di rivolgerci a Dio.
Le litanie cominciano così: “In pace, preghiamo il Signore”. È un altro invito a pacificare gli slanci disordinati del cuore, il ribollimento dei pensieri, a stabilirsi nella pace di Dio, che non è la pace che il mondo ci può dare. La pace di cui parliamo non assomiglia affatto alla quiete pietista e sentimentale, al ripiegamento su di sé, alla immobilità dell’anima. Deve essere sempre aperta all’azione, specialmente al perdono che siamo invitati a chiedere prima di presentare la nostra offerta di preghiera, verso coloro che ci affliggono o che noi possiamo aver addolorato.”Acquista la pace interiore e folle di uomini attorno a te saranno salvate”: questa pace è un’azione efficace, che s’irradia molto al di là di colui che ne ha ricevuto la grazia.

I momenti della preghiera

Al mattino si è come un esploratore che sta per entrare in un paese sconosciuto e ignora quali incontri, felici o terribili, vi farà. Bisogna quindi pacificare il cuore, renderlo attento a ogni eventualità, armarlo di pazienza e di amore. Coloro che hanno appuntamenti apriranno la loro agenda e pregheranno per i prossimi incontri. Bisogna preparare la nostra fede a resistere alle prove.
I momenti di intervallo, siano pure di uno o due minuti, permettono di volgere l’anima verso l’Altissimo, di elevarla al di sopra delle occupazioni, per quanto necessarie siano. È bene pacificare così lo “stress” della giornata, prendere qualche distanza dalle “preoccupazioni di questo mondo”. Ci sono momenti in cui siamo tesi nella lotta per la vita, e altri in cui ci rilassiamo in un abbandono fiducioso sotto lo sguardo d’amore che si posa su di noi.
Alla sera si può rendere grazie per il giorno trascorso, fare un rapido bilancio con un esame di coscienza, in cui si domanda perdono per tutte le offese commesse o subite. È bene affidare alla misericordia divina i vivi e i defunti, prima di entrare nella notte che evoca una poco un’immagine della morte, quando perdiamo la nostra volontà cosciente.
Cerchiamo di penetrare nel nostro stato d’animo: non si prega allo stesso modo al mattino e alla sera, nel tempo di Natale o in quello della Passione. Il calendario dei giorni e delle feste dell’anno ci permette di associarci spiritualmente, di adattare il nostro essere interiore alla preghiera della Chiesa, alla quale contribuiamo nel segreto della nostra camera. In questo senso non si prega mai soli, ma sempre nella Chiesa.
Vi sono monaci che hanno ricevuto la vera grazia della preghiera continua. Per un cristiano immerso nella vita cittadina, il precetto evangelico di “pregare senza interruzione”, più che un’attività di orazione, sarà uno stato spirituale, una esistenza guidata dal sentimento di una presenza amante, fedele. Al tempo in cui i signori portavano il cappello, fu chiesto a un uomo perché camminasse a testa scoperta: “Perché sento in permanenza la presenza del Cristo al mio fianco”.

Il luogo della preghiera

“Entra nella tua camera, chiudi la porta, e prega il Padre tuo che è nel segreto, e il Padre che vede nel segreto te lo renderà (Mt 6,6). Questa camera è insieme un luogo particolare, lontano dalla folla, dal chiasso, dall’agitazione e, simbolicamente, il luogo del cuore nel quale ci si può sempre ritirare anche in mezzo alle trepidazioni della vita moderna. Le condizioni di vita nei piccoli appartamenti possono rendere difficile di stabilirsi in un luogo di pace, lontano dalla televisione e dalle chiacchiere. Se il Padre vuole incontrarci, saprà farci trovare le “camere segrete” adatte.
“Verso il mattino, mentre era ancora buio, Gesù si alzò e uscì per recarsi in un luogo deserto, ove pregava” (Mc 1,35). Gesù ci ha dato mirabili esempi di preghiera: la “preghiera sacerdotale” (Gv 17), la preghiera nella notte di angoscia nelle Getsemani. Come uomo, Gesù ha il desiderio di pregare, di entrare ogni volta in quella comunità di amore che è la Trinità. Come la camera in Matteo, il deserto è un luogo interiorizzato di silenzio, di concentrazione, di comunione della terra con il cielo. Bisogna imparare a fare silenzio; se “chiacchieriamo” continuamente nella preghiera, come potremmo “udire” quello che Dio ci vuol dire? Le chiacchiere dissipano, il silenzio raccoglie l’anima: “Preferisco dire cinque parole con intelligenza, che diecimila parole in lingue”, dice san Paolo (I Cor 14,19). Si può conservare questo silenzio in mezzo alla folla, nella sala di attesa di un medico, in un autobus o in una vettura della metropolitana: chi dice che le parole di intercessione per un tale ambiente non andranno a consolare qualcuno che è malato, che è stato abbandonato da una persona amata, o che è stretto nella disperazione?

L’importanza del corpo

L’ortodossia ha molta cura nell’evitare ogni dissociazione fra la carne e lo spirito, fra il carnale e lo spirituale. Il disprezzo del corporale a vantaggio del solo spirito risale a Platone, passa per Cartesio, il giansenismo, il puritanesimo. Assumendo un corpo di uomo Dio stesso ci dimostra che la carne non ha in sé nulla di disprezzabile, senza di essa lo spirito non potrebbe esprimersi, essa è un aiuto e una collaboratrice della preghiera.
Nel mettersi in preghiera occorre vegliare a distendere il corpo, a che nessun muscolo sia contratto. La minima contrazione muscolare può avere ripercussioni nella concentrazione dello spirito. Gli ortodossi amano pregare in piedi, in un atteggiamento di venerazione di fronte al trascendente (Parusia). Naturalmente si può benissimo pregare seduti: sarà forse un atteggiamento di ascolto; in ginocchio, in un momento di supplica; o anche distesi, per esempio per quelli che sono stanchi o ammalati. San Paolo in prigione pregava disteso con le catene ai piedi; il ladrone nella posizione di crocifisso. Non si prega con lo stesso stato d’animo quando si ha un dolore di denti o quando è appena arrivata una bella notizia! Nella preghiera dobbiamo rimanere svegli, in una disponibilità di spirito, e fare attenzione che la distensione e l’immobilità non ci portino verso il torpore e il sonno.
A intervalli ripetuti ci piace fare un segno di croce e così invocare la santissima Trinità. Il gesto non deve mai essere macchinale, ma ampio e tranquillo. E’ un segno di benedizione. Una madre lo farà volentieri sul suo bambino che dorme, invocando la presenza del suo Angelo custode. Noi ci benediciamo a vicenda quando, dopo essere stati un momento in silenzio, ci disponiamo a partire per un viaggio.
Sant’Ignazio (Briantchaninoff) scrive: “Lo stesso corpo si volge verso la preghiera. I sensi corporei rimangono inattivi: gli occhi guardano, ma non vedono, le orecchie sentono, ma nello stesso tempo non sentono. Allora tutto l’uomo è preso dalla preghiera, ma le sue mani, i suoi piedi e le sue dita partecipano in un modo reale e percepibile alla preghiera e sono ricolme di una forza che la parola umana non potrebbe spiegare”. Allora si produce l’unione dell’intelletto, dell’anima e del corpo.

La preghiera come la lotta

Una lotta contro i pensieri, i sentimenti, i desideri, le preoccupazioni, le attese, i rapporti con il prossimo, insomma il film interiore, segno di un inconscio sempre attivo, persino durante il sonno durante il quale esso si proietta nei sogni. I complessi psichici possono sommergerci in occasione di una forte tensione, collera, prova, perdita di una persona amata, o al contrario in periodi di esaltazione, di gioia traboccante. La lotta della preghiera non consiste nel sopprimere questo lavorio dell’inconscio, sarebbe impossibile, ma nel calmarlo, nel canalizzarlo, orientandolo su un piano superiore, quello della relazione con Dio. E’ un’arte difficile ed esige talora, come dice San Giovanni Climaco, di “frantumare i pensieri”. Noi viviamo sotto l’influenza dei nostri pensieri: se essi stessi sono tristi, o addirittura morbosi, segnati dal peccato, il nostro essere interiore si oscurerà, si deprimerà. Nel caso contrario, quando i pensieri si impregnano della dolcezza di Dio, della forza dell’umiltà, saranno fonte di luce per l’anima. Per mettere pace in questo ribollire, alcuni non esitano a fare un ritiro in un monastero e ricevervi forse una parola pacificante da uno starets.
La lotta contro i pensieri consiste nel concentrare tranquillamente l’attenzione sulle parole, senza aspettarsi nulla in cambio, senza provocare in sè un qualsiasi stato psichico. Se l’attenzione se ne va, bisogna ricondurla al suo punto di partenza e non esitare a ripetere una preghiera due, tre volte, dieci volte se occorre, fino a che lo spirito di colui che prega resti padrone del campo.
In una forte corrente della spiritualità occidentale, specialmente in quella derivata da Sant’Ignazio di Loyola, si invita a visualizzare mentalmente delle scene, dei personaggi del Vangelo, di metterli in movimento. In Oriente, seguendo specialmente Evagrio il Pontico, si invita a fare il vuoto interiore, a non raffigurarsi nulla: “Poiché aspiri a vedere il volto del Padre che è nei cieli, non cercare per nulla al mondo di percepire una forma o un volto durante l’orazione”. Questa divergenza potrebbe spiegarsi con la differenza di temperamenti. L’occidentale che ha lo spirito più razionale e rivolto verso le realtà concrete di questo mondo avrebbe bisogno di essere stimolato per entrare nel campo delle realtà spirituali; al contrario l’orientale avrebbe una tendenza troppo grande a muoversi nelle sue visioni interiori di cui dovrebbe piuttosto frenare l’esuberanza.
Come che sia occorre prima di tutto evitare gli automatismi nella preghiera, le parole dette automaticamente, talora pensando ad altra cosa. Non dobbiamo aspettarci nulla dalla preghiera, nessun calore particolare, perché tutto viene dalla grazia di Dio, e nello stesso tempo non dovremmo uscire dallo stato di preghiera senza avere la sensazione che qualche cosa è successa, che un incontro c’è stato, che una vibrazione si è prodotta. Per san Giovanni Climaco si esce dalla preghiera come da una “fornace ardente”.
Sia fatta la tua volontà

È una parola della preghiera tra le più difficili da discernere e da applicare. Il pronome “nostro” davanti a “Padre” mostra che ci rivolgiamo a lui insieme agli altri, in seno a una comunità. Volgendoci verso di lui possiamo sentire in lui la fonte di ogni amore, compassione, benevolenza, e comprendiamo che non possiamo pronunciare la parola “Padre” se non è stato cancellato in noi ogni odio, ogni violenza, ogni gelosia. Non si prega il Padre se non è in Cristo, poiché è lui che ci ha mostrato il Padre e ci conduce verso di lui. E dallo Spirito santo ci è data la forza di pronunciare il nome che è al di sopra di ogni altro nome, quello del Signore. Tutti e due, il Cristo e lo Spirito santo, ci conducono verso il Padre.

Quando sentiamo che la volontà di Dio si compie effettivamente in noi, un sentimento di armonia e di equilibrio si impadronisce di noi. Tutti abbiamo bisogno infatti di essere riconosciuti e in qualche modo giustificati. Ma un problema si pone: se ci giustifichiamo da soli non agiamo come il fariseo, così fiero del suo buon diritto? Ma se non ci sentiamo in nessun modo giustificati non rischiamo di cadere nella tristezza, o anche nella depressione o nell’accidia? E’ bene talvolta chiedere consiglio al confessore per conservare un buon equilibrio.
Solo con se stesse certe persone si annoiano, e non c’è da meravigliarsi se anche gli altri si annoiano in loro compagnia. Quando ci si trova accanto a uno spirituale pacificato, che vive continuamente alla presenza di Dio, non ci si annoia mai. Talvolta basta stare accanto a lui senza dire una parola in un silenzio pieno di una presenza.
Il Cristo è passato attraverso le difficoltà del compimento della volontà del Padre: “Allontana da me questo calice”, ma si riprende subito: “Non la mia volontà, ma la tua volontà si faccia!”: Anche qui il Cristo è il maestro della nostra preghiera, capace di superare la più profonda derelizione con un atto di fede. “Non basta possedere la preghiera dobbiamo diventare preghiera incarnata. Non basta avere dei tempi di preghiera: ogni atto, ogni gesto, persino un sorriso, deve diventare un inno di adorazione, un’offerta, una preghiera. Dobbiamo offrire non ciò che abbiamo, ma ciò che siamo