martedì 5 giugno 2007

Il Silenzio di Bruno Forte


«I cieli narrano la gloria di Dio, e l'opera delle sue mani annunzia il firmamento».Nel Salmo 19, Dio parla attraverso il silenzio delle sue opere. Questa è una prima dimensione del silenzio di Dio. I cieli narrano la gloria di Dio, dunque non c'è bisogno di parole. È ciò che esiste, è questa natura, è questa terra, è questo cielo, che ci parlando, tacendo, del loro Creatore. Ecco un primo aspetto della fenomenologia del silenzio: la silenziosa scrittura dei cieli, quella che ci lascia stupiti di fronte alla bellezza del creato. Quindi è la natura che comunica nel silenzio Dio stesso.
Ma c'è qualcosa di più profondo. Vediamo a proposito Elia e la sua storia (1Re 19). Elia è il profeta del monoteismo. Il suo nome El-ià, significa "solo Dio è Dio". Elia combatte l'idolatria e difende il primato di Dio nel tempo della sconfitta di Dio; laddove la regina Gezabele vuole imporre i Baalim, gli idoli, Elia difende Dio. E scopriamo una cosa paradossale. Elia dopo avere vinto lo scontro con i profeti di Ba'al sul monte Carmelo, viene perseguitato ancora, fugge, è stanco e vuole morire, perché gli sembra che tutto sia inutile. Ma il Signore gli fa mangiare un pane e grazie alla forza che quel pane gli dà, Elia cammina 40 giorni e 40 notti, fino a giungere all'Oreb, il monte santo, e sul monte farà l'esperienza di Dio. «Ecco il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto di fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco». Dunque il Signore non è in nessuno dei segni di potenza, né il fuoco, né il vento, né il terremoto. Dove abita Dio? «Dopo il fuoco ci fu un mormorio di vento leggero». La tradizione letterale è "la voce del silenzio". Elia conosce Dio nella voce del silenzio, anzi nel tenue silenzio.
Che cosa significa questo? Che Dio non parla nei segni della potenza e della grandezza del mondo. Dio parla laddove la tua intelligenza e il tuo cuore non gli danno appuntamento, Dio parla sorprendentemente laddove è il "silenzio a parlarti di Lui, voce del silenzio.
Questa è la seconda grande fenomenologia del Dio del silenzio. Quando non ce la fai, quando vorresti farla finita, quando tutto ti sembra perduto e soltanto un pane, davanti a Dio, ti fa camminare verso il monte santo, Dio non ti parla nella potenza e nella grandezza, ma nella sconfitta. Dio ti parla nel silenzio. La parola di Dio è tutta intrisa del suo silenzio. E se non lo fosse, la Bibbia sarebbe il Capitale di Marx, sarebbe il manifesto di una ideologia, la pretesa di spiegare il mondo con la parola e il concetto; invece la Bibbia è una finestra sull'abisso, sull'infinito. Dio è fuoco divorante, Dio è l'inquietudine, il tormento; Dio è il Signore delle arcate spezzate, che ti lascia nell'attesa.

Silenzio, sussurro di Dio (di Piero Pisarra)




Rumori del traffico. Decibel da discoteca. Musiche da aeroporto. iPod e telefonini. Un rumore di fondo accompagna l’uomo occidentale nelle sue giornate. È come se la modernità fosse nemica del silenzio. O come se di esso si cogliesse soltanto la polarità negativa. Perché c’è un silenzio di morte e uno di vita, il silenzio dei cimiteri e quello del neonato soddisfatto dopo la poppata. Un silenzio di disprezzo, di sfida. E uno di compassione, di pietas. Un silenzio di complicità con il male. E un altro che è in realtà urlo assordante di fronte alle ingiustizie. Il silenzio spaventa. E affascina. Spaventa, perché obbliga a guardarsi dentro, nelle profondità dell’anima, col rischio di scoprire il vuoto abissale di una vita riempita soltanto dagli oggetti. Affascina, perché è il "luogo" del possibile, in cui riposarsi, prendere fiato, dedicarsi a un vero faccia a faccia con Dio. Il silenzio è sempre di più una "merce" rara, un frutto esotico da coltivare come un bene prezioso. Roba da eccentrici. E da monaci.
Se la spiritualità cristiana insiste sul valore del silenzio, è perché in esso scorge il luogo in cui ritrovare l’unità del cuore, mettendosi alla presenza di Dio. L’Altissimo non è, infatti, nel frastuono, non è nei proclami roboanti, non è nei fuochi d’artificio, nelle apparizioni in technicolor, negli effetti speciali di una religiosità ridotta a psicodramma o allucinazione collettiva. Non è nel furore o nel clangore delle armi, nella retorica dello scontro di civiltà. È nel sussurro di una brezza leggera, nella «voce di un silenzio sottile», come sperimenta Elia sul Monte Horeb (1Re 19,12).
Dai padri del deserto ai certosini, da Teresa d’Avila ai mistici renani e fiamminghi, dalle Piccole sorelle di Gesù alle nuove comunità monastiche, il silenzio è la via del cuore, condizione indispensabile per aprirsi all’ascolto. Perché non vi è attenzione senza silenzio, la capacità di far tacere i rumori del mondo, i pensieri che accaparrano ogni energia, per concentrarsi sull’essenziale. Per i cristiani il silenzio è anche lotta, frutto di ascesi, una battaglia invisibile che ha come teatro il cuore di ognuno. «Siamo come guerrieri sotto la tenda», diceva san Bernardo di Chiaravalle, parlando dei monaci. Strani guerrieri. Che combattono una ancora più strana battaglia, in cui vincitore e vinto sono la stessa persona.
Questo silenzio implica sempre due movimenti, come in una sinfonia breve o incompiuta: il primo, "negativo", è il ritrarsi, il distaccarsi dai rumori e dalle agitazioni, dal vaniloquio che mortifica la parola, alla ricerca di un rifugio sicuro in cui ritrovarsi e ritrovare gli altri, senza il velo delle illusioni, delle distinzioni di classe, del potere o del rango, ma nella loro "nudità" di esseri umani. È il deserto degli antichi monaci, popolato da bestie feroci, terra di insidie e di miraggi, ma anche luogo in cui gli occhi, come scrive Giovanni Crisostomo, «possono fissarsi su Dio solo e le orecchie protendersi unicamente nell’ascolto attento delle parole divine». Nel deserto, l’udito interiore – aggiunge il santo patriarca di Costantinopoli – si diletta talmente «della sinfonia armoniosa dello spirito che l’anima, affascinata da quella melodia, la preferisce a ogni altra cosa, dimenticando il cibo, la bevanda e il sonno».

giovedì 31 maggio 2007

La fecondità del silenzio



Contemplare
Contemplare significa guardare l’uomo e il mondo con gli occhi della preghiera, gettando lo sguardo sugli eventi della Scrittura per interpretarli come fatti che, oggi, ogni uomo può esperire. Non si tratta dunque di fuga dal presente, piuttosto di assunzione della propria storia come luogo della visione di Dio. Quello contemplativo è lo sguardo di fede fissato su Gesù. "Io lo guardo ed egli mi guarda"diceva al suo santo curato il contadino di Ars, pregando davanti al tabernacolo. La contemplazione è perciò la meta di ogni cammino meditativo: là dove è possibile restare in riposo e in silenzio con Dio. La contemplazione è un bisogno dell’uomo; la profonda necessità di cogliere l’unità delle cose divine ed umane.

Nella scena descritta Abramo realizza pienamente l’incontro con Dio; gli eventi della sua storia sono tutti considerati in riferimento all’Altro. Abramo si sfoga, affida a Jahvé la sua preghiera, la sua domanda, certo che Egli l’accoglie. Nel cuore dell’uomo capace di "stare davanti al Signore" cresce la consapevolezza che Dio ascolta e ama i suoi figli.



Davide invita alla lode: "Cercate il Signore e la sua forza, ricercate sempre il suo volto". Oggetto della contemplazione non è un’idea astratta, ma una Persona, Qualcuno; colui nel quale è riposta ogni speranza, ogni gioia, ogni desiderio umano. Per questo dobbiamo parlare di incontro.



Contemplare è custodire nel segreto del proprio cuore il dono della Parola; è rendere memoria di ogni incontro vissuto con il Signore. Maria lo insegna.



"Dio sarà il tuo splendore". Contemplare è godere della luce eterna, collocarsi nell’orizzonte dello splendore divino, non temere il buio. La luce dello sguardo di Gesù insegna a vedere tutto nella luce della sua verità e della sua compassione per gli uomini.

martedì 22 maggio 2007

Battezzati nella potenza dello Spirito Santo ... di John Nelson Darby


Vorrei, a proposito di questi versetti, esporre brevemente la rivelazione che Dio ci ha dato circa la venuta dello Spirito Santo e la sua presenza come Consolatore.
1. Il racconto del battesimo in Atti 1 e 2
L’ordine delle cose è notevole in questo inizio del libro degli Atti.
Prima c’è Gesù risuscitato che per i quaranta giorni, nei quali è stato visto dai suoi discepoli, parla loro delle cose che riguardano il regno di Dio. Dopo la risurrezione, così come prima, il Signore parlò e agì per lo Spirito. E noi pure avremo ancora lo Spirito con noi dopo la nostra risurrezione, come l’abbiamo dimorante in noi mentre siamo quaggiù. Questo ci fa capire la capacità di godimento e di servizio che avremo nel cielo. Lo Spirito Santo, che fa dei nostri corpi sulla terra un tempio per sé, ne farà uno anche del nostro corpo glorificato nel cielo. Oggi tiene a freno e «crocifigge» questa carne che ci ostacola; allora sarà un’energia divina per farci godere di tutto ciò che si trova nel cielo.
Fino a un certo punto egli ci dà questo già fin d’ora; in fondo, Mosè ed Elia nella gloria, pur avendo una più grande intelligenza delle cose, parlano della stessa Persona della quale siamo occupati noi oggi. La sorgente è la stessa. Ora la forza dello Spirito Santo è dispensata nel combattimento, mentre nel cielo lo sarà per la nostra gioia e la nostra adorazione.
Gesù annunzia ai discepoli l’inizio, per loro, di una posizione nuova: riceverebbero, entro non molti giorni, il battesimo dello Spirito Santo. Egli mette da parte la speranza dell’instaurazione del regno per Israele, sebbene dovrà avvenire al tempo stabilito, e dice: «Riceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su di voi»; una potenza per rendere testimonianza: «e mi sarete testimoni» (Atti 1:8).
Il fondamento della loro testimonianza è questo fatto nuovo: Gesù elevato in cielo.
Tutto cambia per loro. Gli angeli annunziano che Colui che è stato tolto da loro e assunto in cielo verrà «nella medesima maniera» con cui è stato visto andare. I loro pensieri erano stati, fin allora, occupati del regno reso a Israele. Ora avevano la potenza dello Spirito e la rivelazione del ritorno futuro del Signore come manifestazione pubblica. Lo Spirito Santo doveva dar loro la forza di testimoniare mentre attendevano quella manifestazione gloriosa.
2. Il battesimo dello Spirito Santo annunciato da Giovanni Battista
Vediamo, a grandi linee, i principali effetti di questa presenza dello Spirito Santo come ci sono rivelati dal principio, cioè dalla testimonianza di Giovanni Battista che preannunziava il «battesimo dello Spirito Santo» (Giovanni 1:33; Luca 3:16).
Se un uomo si pente, è un effetto della grazia divina, è l’opera dello Spirito Santo. Questo era vero anche per quelli che avevano creduto alla Parola predicata da Giovanni Battista, il quale annunziava la venuta di uno più grande di lui, uno che avrebbe battezzato con lo Spirito Santo e col fuoco.
Ma quando la redenzione è stata compiuta e Gesù ha comprato un popolo di riscattati per Dio, Dio manda il suo Spirito per testimoniare che quelli che costituiscono questo popolo gli sono graditi. «Or colui che con voi ci fortifica in Cristo e che ci ha unti, è Dio; egli ci ha pure segnati con il proprio sigillo e ha messo la caparra dello Spirito nei nostri cuori» (2 Corinzi 1:22). Dio li ha come innestati in Cristo, ne ha fatto dei suoi membri, unti, suggellati da lui stesso; nei loro cuori, «la caparra» dello Spirito produce la gioia di una tale posizione, ci dà l’intelligenza delle cose divine e ci consente di entrare in esse.
C’è anche il fuoco che è il giudizio secondo la santità di Dio (*). Le lingue di fuoco che vediamo al capitolo 2 scendere sugli apostoli rappresentano il giudizio della carne esercitato dallo Spirito per mezzo della Parola.
(*) Il battesimo col fuoco di cui parla Giovanni Battista (Matteo 3:11 e Luca 3:16) è proprio il giudizio di Cristo alla fine dei tempi. ¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯
Tale è il battesimo annunciato da Giovanni come la prerogativa di Gesù. Egli ha compiuto la redenzione; ha il diritto di giudicare; e poiché egli stesso ha portato il giudizio del suo popolo, ha il diritto di battezzare i suoi e di dare il suo Spirito Santo perché godano di tutto quello che gli ha acquistato.
3. Lo Spirito Santo annunciato da Gesù (Giovanni 14-16)
Lo Spirito Santo è anche la «promessa del Padre», e diviene nel credente uno Spirito d’adozione, di gioiosa relazione col Padre. «Io pregherò il Padre — ; dice Gesù — ; ed Egli vi darà un altro consolatore, perché stia con voi per sempre» (Giovanni 14:16). Il Padre invia lo Spirito in virtù dell’intercessione di Gesù. Il Padre era in Cristo; Dio non può dimorare in un uomo, come Gesù, senza essere una stessa cosa con Lui. Filippo avrebbe dovuto sapere questo (Giovanni 14:9). Avrebbe anche dovuto sapere che lui, Filippo, era una stessa cosa con Gesù; ma lo Spirito non era ancora stato dato, e i discepoli avevano una grande ignoranza. Sarebbe venuto, però, e i discepoli se ne sarebbero resi conto dal fatto che sarebbe entrato in loro. «Voi lo conoscete, perché dimora con voi, e sarà in voi» (Giovanni 14:17). Prima conoscerete la mia persona: «Conoscerete che io sono nel Padre mio», poi anche che voi siete «in me e io in voi» (Giovanni 14:20).
Siamo così portati al sentimento della nostra unione con Gesù, il Capo nel cielo, e questo è una sorgente di gioia sicura, tranquilla, immutabile. Ecco lo Spirito Consolatore. Se lo contristiamo avremo tristezza, ma una tristezza in vista di separarci dal mondo. Lo Spirito rende testimonianza che questo Figlio dell’Uomo rigettato dal mondo è alla destra di Dio e che io, credente, sono una stessa cosa con Colui che il mondo ha rigettato.
Siamo noi sempre consapevoli d’essere uno con Gesù, che la redenzione ci ha messi in questa posizione, che ne godiamo perché Dio ci ha stabiliti in Cristo come membra del suo corpo, una con Lui nel cielo? La nostra fede posa su questo fondamento? Il nostro cuore è giudicato, praticamente, da questa verità? Sapremo discernere il vero cammino solo se l’abbiamo afferrata nella semplicità della fede. Si è perduti se si cerca di sondarla con l’intelligenza umana; ma possederla per grazia e serbarla è la sorgente della nostra felicità. Questo mi fa vergogna, a volte. L’immensità di questo privilegio mi giudica perché non vivo alla sua altezza. Ma che solidità dà alla mia pace!
In Giovanni 15:26-27 abbiamo un altro lato. Gesù dichiara che manderà il Consolatore dal Padre perché renda testimonianza a lui. Ci mette, cioè, in relazione con Lui. È Gesù che lo manda, Gesù che ha tutti i diritti del Padre, Gesù a cui il Padre ha confidato ogni cosa, ha dato lo Spirito Santo alla Chiesa. Verrà il tempo in cui prenderà in mano il suo grande potere e agirà da re; e ciò avverrà quando Satana sarà legato e gettato nell’abisso. Adesso il male c’è, e lo Spirito è mandato nei suoi perché, per mezzo loro, la sua potenza agisca in mezzo al male. È questa potenza dello Spirito che ci dà l’energia di lottare contro al male, poiché Egli è più forte di colui che è nel mondo (1 Giovanni 4:4).
Se mi sento debole, eccomi umiliato e afflitto perché, pur avendo lo Spirito più forte di Satana, mi sono lasciato tentare. Quanto più è grande il privilegio, tanto più grande è la mia vergogna.
Giovanni 16:7, ci presenta lo Spirito Santo che viene ai discepoli in un mondo condannato. Non è «la legge» che imputa ai malvagi certi peccati; la presenza dello Spirito mostra il grande peccato che condanna il mondo intero: «Tutto il mondo giace sotto il potere del maligno» (1 Giovanni 5:19) e noi, sebbene lasciati nel mondo, «sappiamo che siamo da Dio». Perché? Perché siamo da Cristo. Infatti, il mondo l’ha rigettato e ha perseguitato i suoi discepoli; ma Dio ha manifestato la sua giustizia nel fatto che Cristo è stato risuscitato, che è salito al Padre, che il mondo non lo vede più.
In mezzo a un simile mondo, lo Spirito Santo è costituito guida dei credenti (Giovanni 16:13-14). «Egli vi guiderà in tutta la verità». È la sua funzione continua: farci capire le cose del cielo. Il Figlio possiede tutto ciò che appartiene al Padre, e lo Spirito comunica ai credenti ciò che è di Gesù, mettendo a loro disposizione le cose del cielo. Se non facciamo progressi è colpa nostra, colpa degli affari, della leggerezza, dell’orgoglio, dell’egoismo. Eppure, com’è grande l’amore di Dio! Lo Spirito Santo ci è dato, il Padre l’ha mandato, Cristo l’ha dato da parte del Padre. E ancora, egli ci comunica ciò che appartiene al Figlio perché sono cose che appartengono al Padre. Meravigliosa catena, il cui punto di partenza è l’amore stesso di Dio!
4. Battezzati per essere un unico corpo (1 Corinzi 12)
Desidero ancora attirare l’attenzione su un effetto del battesimo dello Spirito Santo di cui ci parla 1 Corinzi 12: l’unione dei credenti fra di loro. «Infatti noi tutti siamo stati battezzati in un unico Spirito per formare un unico corpo» (1 Corinzi 12:13). Questo corpo esiste sulla terra per la potenza dell’unico Spirito. Egli abita personalmente quaggiù. Egli anima il solo corpo: i doni, i miracoli, etc. ne sono la prova. Egli raduna i santi per formare la sposa di Gesù. Tutti gli affetti e le relazioni dei figli di Dio dipendono da questa preziosa verità. Noi formiamo il corpo di Cristo: la nostra vita è la sua. Quando Egli lascerà il trono del Padre, la nostra parte sarà di essere con Lui, simili a Lui. Quando Egli sarà manifestato anche noi saremo manifestati con Lui. Cristo è nascosto, io sono nascosto; Cristo è manifestato, io sono manifestato; noi saremo sempre con Lui. È più grande la gioia di appartenere a Cristo, che quella di essere manifestati in gloria. Per una regina è più bello essere sposa del re che comparire nel corteo come la sua sposa.
Il fatto di essere un solo corpo ha una grande importanza pratica. Per esempio, in Efesini 4:25 leggiamo: «Bandita la menzogna, ognuno dica la verità al suo prossimo perché siamo membra gli uni degli altri». Mentire al fratello è come mentire a se stesso. È il pensiero di questo legame meraviglioso che deve regolare tutti i nostri pensieri e il nostro comportamento. Non è un immenso privilegio di avere un tale legame fra gli uni e gli altri?
Che i nostri sentimenti siano nutriti dallo Spirito Santo e fondati sulla verità. La consapevolezza che per mezzo di lui siamo uniti a Cristo stesso, ce lo fa conoscere e amare più intimamente. Ci insegni Dio a rendergli grazie per il suo dono ineffabile, e ci faccia comprendere la grandezza e la sicurezza del favore nel quale ci ha posti.

giovedì 3 maggio 2007

Ricevere lo Spirito Santo David Wilkerson (versione integrale)


“La sua potenza divina ci ha donato tutto ciò che riguarda la vita e la pietà mediante la conoscenza di colui che ci ha chiamati con la propria gloria e virtù” (2 Pietro 1:3). Per anni ho dichiarato di essere ripieno di Spirito. Ho testimoniato di essere stato battezzato nello Spirito. Ho predicato che lo Spirito Santo mi ha dato la potenza di testimoniare, e che mi ha santificato. Ho pregato nello Spirito, parlato dello Spirito, camminato nello Spirito ed udito la sua voce. Credo fermamente che lo Spirito Santo sia la potenza di Dio.
Vi posso riportare al giorno in cui fui ripieno di Spirito, quando avevo otto anni. Ricordo ancora le lacrime ed il grido del mio cuore al Signore. Mi ricordo l’incredibile visione di Cristo che ricevetti. E ricordo la passione per Gesù che mi derivò da quell’esperienza. Lo Spirito Santo da allora fu mio amico e consolatore.
Ho letto tutto ciò che la Scrittura dice a proposito dello Spirito Santo, dalla Genesi all’Apocalisse. Ho predicato sulla Pentecoste, sul bisogno di essere ripieni di Spirito, sul fatto che il nostro corpo è il tempio dello Spirito. E credo che lo Spirito abbia parlato attraverso di me alla sua chiesa.
Eppure, in seguito, mi sono ritrovato a pregare: “Signore, ho veramente ricevuto il tuo Spirito Santo? Conosco veramente quest’incredibile potenza che vive in me? Oppure lo Spirito è soltanto una dottrina per me? E lo sto in qualche modo ignorando? Gli sto chiedendo di fare per me ciò per cui lui è venuto? Sto ancora facendo da me le cose che lui è venuto a fare?”.
Il fatto è che si può avere qualcosa di veramente prezioso e non saperlo. E non la si può godere, perché non si capisce quanto è preziosa.
Conosco la storia di un agricoltore che lavorò nel suo piccolo appezzamento di terreno per tutta la vita. Per decenni arò il terreno sassoso, vivendo in povertà ed infine morendo scontento. Alla sua morte, la fattoria passò a suo figlio. Un giorno, mentre arava, il figlio trovò una pepita d’oro. La fece valutare e gli fu detto che era d’oro puro. Il giovane presto scoprì che la fattoria era piena d’oro. Istantaneamente divenne un uomo ricco. Eppure suo padre non aveva mai sfruttato quella ricchezza, sebbene fosse stato su quel terreno per tutta la vita.
Lo stesso vale per lo Spirito Santo. Molti di noi vivono ignorando ciò che hanno, la potenza che risiede in noi. Alcuni cristiani vivono tutta la vita pensando di avere lo Spirito Santo, ma non lo hanno veramente ricevuto in pienezza e potenza. Egli non sta realizzando in loro l’opera eterna che è stato mandato a compiere.
Non sto parlando di manifestazioni. Spesso alcuni credenti cercano lo Spirito solo quando sono nei guai e lo vogliono vedere manifestato. Sperano che venga e spazzi via i loro problemi. Ma Pietro dice che questa non è la verità sullo Spirito. Secondo Lui, noi abbiamo un tesoro dentro di noi: “La sua potenza divina ci ha donato tutto ciò che riguarda la vita e la pietà mediante la conoscenza di colui che ci ha chiamati con la propria gloria e virtù” (2 Pietro 1:3).
Al fiume Giordano, Giovanni il Battista disse ai Farisei: “Io battezzo in acqua; tra di voi è presente uno che voi non conoscete” (Giovanni 1:26). Quei capi religiosi videro Gesù nella carne, e lo udirono parlare. Ma non compresero chi fosse. Non conobbero la sua potenza e la sua gloria.
Allo stesso modo, Gesù chiese al suo discepolo Filippo: “Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo?” (14:9). Voglio porvi la stessa domanda: da quanto tempo potete testimoniare di essere stati riempiti di Spirito Santo? Lo Spirito Santo vi ha mai detto, come il Signore disse a Filippo: “Sono stato con te tutti questi anni, ma tu non mi hai ancora conosciuto?”.
A volte mi chiedo se i cristiani oggisiano paragonabili ai credenti dei tempi di Paolo
Nella chiesa odierna sembra mancare qualcosa. Sappiamo tutti che i cristiani del primo secolo affrontarono grandi afflizioni. Sopportarono prove durissime, tempi difficili, persecuzioni estreme. Ma non cedettero .
Paolo dice che la chiesa di Tessalonica sopportò la perdita delle case e dei possedimenti, tutto ciò che avevano. Eppure questi credenti non furono scossi dall’esperienza. Egli attribuisce la loro forza alla potenza dello Spirito Santo: “Infatti il nostro vangelo non vi è stato annunziato soltanto con parole, ma anche con potenza, con lo Spirito Santo e con piena convinzione… Voi siete divenuti imitatori nostri e del Signore, avendo ricevuto la parola in mezzo a molte sofferenze, con la gioia che dà lo Spirito Santo” (1 Tessalonicesi 1:5-6).
Paolo descrive poi la testimonianza sgorgata dalla loro gioiosa sopportazione: “…tanto da diventare un esempio per tutti i credenti della Macedonia e dell'Acaia. Infatti da voi la parola del Signore ha echeggiato non soltanto nella Macedonia e nell'Acaia, ma anzi la fama della fede che avete in Dio si è sparsa in ogni luogo, di modo che non abbiamo bisogno di parlarne” (1:7-8).
Questi credenti erano stati “molto afflitti”, eppure possedevano la vera gioia. Sopportarono le difficoltà e le sofferenze come nessun altro gruppo di quei tempi. Vissero sotto pressioni che io e te neanche immaginiamo. Sicuramente i loro matrimoni furono messi alla prova durante quei momenti difficili. Il diavolo sarà venuto contro quelle famiglie nella loro debolezza, provocando problemi di ogni genere.
Ma i pastori ed i santi di quella chiesa non mollarono. Non si lamentarono delle circostanze. E non si lagnarono delle prove di Dio. Al contrario, gioirono nel corpo dei credenti. E Paolo disse loro: “Voi siete sulla bocca di tutti! La vostra gioia durante le difficoltà ha strabiliato e toccato tutti, vicini e lontani”.
Questi cristiani avevano veramente ricevuto lo Spirito Santo. Io mi chiedo: cosa sapevano della potenza dello Spirito, che così pochi cristiani oggi sembrano conoscere? Cosa ci manca? Dov’è la gioia dello Spirito Santo in questi nostri tempi di afflizione e tribolazione?
Nella storia della chiesa, i credenti non sono mai stati così scoraggiati
In tutti i miei anni di ministero, non ho mai visto così tanti credenti sotto tale afflizione. Non c’è mai stato un periodo come questo, in cui famiglie si trovano di fronte a crisi finanziarie, lotte familiari, disperazione per i figli ribelli. Proprio in questo momento, pastori in tutto il mondo sono disillusi. Sono esausti dal lavoro e appesantiti perché vedono poco frutto. Le loro mogli e le famiglie sono esaurite. Questi uomini stanno lasciando a centinaia in ogni nazione. Un responsabile di una grande denominazione pentecostale di recente mi ha detto: “Pastori stanno lasciando a destra e a sinistra, e le chiese chiudono a dozzine”.
Ecco una tipica lettera che riceviamo dai ministri: “Pasturo una chiesa abbastanza grande. Ma le mie fatiche sono infruttuose, e sono scoraggiato. Sto diventando sempre più disperato perché voglio vedere accadere qualcosa, voglio una breccia. Non so perché sono così ansioso, né so che voglio vedere. Ma ci deve essere qualcos’altro, oltre a questo. Cosa mi manca?”.
Io e mio figlio Gary viaggiamo in tutto il mondo, tenendo riunioni per pastori e le loro mogli. Eppure dovunque andiamo, vediamo una disperazione generale. Non ci sono soldi per le famiglie né per i ministeri. E la povertà sta peggiorando.
Negli ultimi mesi, il nostro gruppo di avanscoperta si è incontrato con pastori di ogni nazione povera. In una delle riunioni, vennero vari ministri da diverse denominazioni. Pochi minuti dopo aver iniziato la nostra presentazione, quegli uomini iniziarono a piangere. Ed anche il nostro gruppo si commosse. I pastori spiegarono: “Ci sentiamo così scoraggiati. Lavoriamo duro, ma vediamo pochi risultati. Non abbiamo finanze. Anche se il fratello David venisse nel nostro paese a parlare, non potremmo permetterci di viaggiare per venire alle riunioni. Non possiamo neanche soddisfare le necessità economiche della nostra famiglia. Ed il nostro lavoro è così duro, così difficoltoso. Stiamo vedendo molti suicidi, specialmente fra i giovani. Ci sentiamo così abbandonati”.
Il nostro ministero noleggiò degli autobus perché questi ministri potessero venire alle nostre riunioni. Ma molti erano così poveri da non potersi permettere l’alloggio, così si accamparono fuori con le tende. L’anno scorso in Sud America un uomo viaggiò dieci ore per venire ad una delle nostre riunioni. Non aveva soldi per il viaggio di ritorno, così il nostro gruppo pregò e si sentì spinto a dargli 1000 dollari. Quando il pastore lo sentì, si mise a piangere. “E’ un anno di salario”, ci disse. In America, il grande problema è lo stress. C’è una diffusa ansietà per il futuro, per la sicurezza del lavoro. Alcune famiglie sono sull’orlo di perdere tutto. Tutto ciò provoca stress in famiglia e al lavoro, e la gente soccombe alla disperazione.
Come pastore, sono assolutamente sconcertato nel vedere quanti problemi stanno affrontando i cristiani. I padri e i mariti sono demoralizzati perché non hanno lavoro oppure sono sottopagati. Non riescono a sostenere la famiglia, e stanno affogando nei debiti. Moltitudini di anziani sono nel panico perché non possono pagarsi il servizio sanitario. Il governo non può risolvere questi problemi. I politici fanno solo promesse vuote.
Guardando tutti questi problemi, tutte queste difficoltà, non possiamo che metterci in ginocchio. Giorno dopo giorno, gridiamo a Dio: “Signore, quale messaggio possiamo offrire? Cosa possiamo predicare per portare guarigione ed incoraggiamento ai credenti afflitti?”. Sentiamo il dolore, ma sappiamo di non poter semplicemente offrire dei palliativi. Ci rifiutiamo di dare un messaggio annacquato di simpatia umana, dicendo: “Non siate abbattuti. Il sole sorgerà presto”. No, c’è bisogno di qualcos’altro oltre alla pietà o un discorsetto. La Parola di Dio deve essere proclamata, dando potenza di resistere ad ogni sorta di prove.
Non è questo il messaggio che volevo predicare.
Mentre ponderavo le afflizioni, la disperazione e la sofferenza, ho pensato: “Tutto dipende dagli attacchi satanici”. Immediatamente ho iniziato a lavorare su un messaggio dal titolo: “Guerra ai santi”.
In Apocalisse, troviamo Satana che dà potere ad una cosa chiamata “la bestia”. “Le fu pure dato di far guerra ai santi e di vincerli, di avere autorità sopra ogni tribù, popolo, lingua e nazione” (Apocalisse 13:7).
Mentre mettevo le parole insieme – “Potere di far guerra… contro ai santi… di avere autorità” – ho iniziato a pensare: “Ecco perché il popolo di Dio è così afflitto in questo momento. È il potere della bestia. Ecco cosa c’è dietro tutta la povertà, tutti i problemi della famiglia e dei matrimoni. Un dragone sta dando potere ad un governo malvagio. I nostri responsabili sono manipolati da una coalizione malvagia e da gruppi di interesse speciale. Il diavolo sta imponendo i suoi piani sulla nostra società.
“E’ guerra aperta contro gli eletti di Dio. Il nemico sta soggiogando la fede dei santi, facendogli perdere la fiducia in Dio. Moltitudini di credenti sono diventati stagnanti nella fede. Ed altri sono già stati sopraffatti. La loro fede è affondata. Sono diventati così scoraggiati, da mollare tutto.
“Mentre osservo quello che sta succedendo nel nostro paese, non lo posso negare: il diavolo ha sputato dalla sua bocca un diluvio di iniquità. Ha scaturito un diluvio di afflizione contro il popolo di Dio. E molti sono stati portati via da quel diluvio”. Gesù parlò di “un’ora di potere” che avrebbero ottenuto i dominatori delle tenebre. Quando fu condotto via dal giardino, disse a coloro che lo avevano catturato: “Questa è la vostra ora, questa è la potenza delle tenebre” (Luca 22:53). Il vocabolo greco per “ora” qui significa “un breve periodo”. In quell’ora di tenebre, la bestia avrebbe sopraffatto Pietro per un breve periodo. Cristo lo aveva avvertito: “Satana verrà contro di te, per vagliarti e metterti alla prova”.
Ma era questa la domanda che Gesù stava veramente ponendo: “Sì, sta venendo un’ora di tenebre, non solo su Israele ma su tutto il mondo. Io non ci sarò, ma il mio Spirito sì. Io ve lo mando affinché vi sostenga in ogni difficoltà. Egli abiterà nei cuori di tutti coloro che credono in me. Allora, quando verrà l’ora delle tenebre, crederai?”.
Oggi vediamo l’inizio dell’ultima ora di potere di Satana
Sia in Daniele che in Apocalisse, veniamo avvertiti di quest’ultima ora di tenebre, che coprirà tutta la terra. E per un breve periodo, sembrerà come se Satana stia vincendo su tutti i fronti. Anche in questo momento, ci sono segni perversi di queste tenebre. La nostra nazione sembra ruotare nel caos. La televisione ed internet sputano la loro spazzatura nelle case. Le istituzioni della nostra società sembra tremare e crollare. Pensate alla recente controversia sull’istituzione del matrimonio fra un uomo e una donna. Sembra che l’inferno abbia vinto su questo fronte di battaglia, spazzando via ogni restrizione morale.
La cosa più tragica di tutte è che Satana sembra aver sconfitto la chiesa. Ha mandato uno spirito di morte sulla casa di Dio, e così moltitudini gridano: “Non riesco a trovare una chiesa dove lo Spirito sia all’opera. Ovunque guardo, non c’è fuoco né convinzione. È morta”.
Forse dirai: “Fratello David, come sei pessimista. Tutto ti pare scoraggiante”. Ma la verità è che a Satana è stato concesso solo un breve periodo. Per questo sta facendo fuoriuscire tutto l’inferno. Ma Dio aveva previsto tutto. Non è stato colto di sorpresa dalla malvagità che stiamo vedendo. No, Egli ha un piano per il suo popolo. Ha formato questo piano prima della Creazione. Ed il Suo non è un piano solo di sopravvivenza, ma di vittoria.
C’è una sola cosa che conquista e disperde le tenebre: la luce. Isaia dichiarò: “Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una gran luce” (Isaia 9:2). Allo stesso modo, Giovanni affermò: “La luce risplendette nelle tenebre; e le tenebre non la compresero” (Giovanni 1:5).
La luce rappresenta la comprensione. Quando diciamo: “Vedo la luce”, stiamo dicendo: “Adesso capisco”. Vedete cosa dicono le Scritture? Il Signore sta per aprirci gli occhi, non per vedere un diavolo vittorioso ma per ricevere una nuova rivelazione. Il nostro Dio ci ha mandato il suo Spirito Santo, la cui potenza è maggiore delle forze dell’inferno: “Colui che è in voi è più grande di colui che è nel mondo” (1 Giovanni 4:4).
Ora, in Apocalisse leggiamo dell’inferno che espelle locuste e scorpioni che hanno grande potenza. Leggiamo di un dragone, di bestie, di creature con le corna, ma anche dell’Anticristo. Eppure non conosciamo il significato di tutte queste creature. Il fatto è che non dobbiamo conoscerlo. Non dobbiamo preoccuparci dell’Anticristo o del marchio della bestia. Vedete, in noi vive lo Spirito dell’Iddio Onnipotente e il suo Cristo. Paolo dichiara che la potenza dello Spirito Santo è all’opera in noi. In altre parole, proprio in questo momento lo Spirito Santo vive in noi.
Come opera in noi lo Spirito in mezzo ai momenti difficili? La sua potenza opera soltanto se lo accogliamo come nostro portatore di pesi. Lo Spirito Santo ci è stato dato proprio per questo motivo: per portare i nostri pesi e le nostre preoccupazioni. Allora, come possiamo dire di averlo ricevuto se non gli abbiamo affidato tutti i nostri pesi? Pensateci: lo Spirito Santo non è lì assiso in gloria, ma abita qui in noi. E sta aspettando ansiosamente di prendere il controllo di ogni situazione nelle nostre vite, comprese le nostre afflizioni. Così, se continuiamo ad avere paura – se siamo disperati, se mormoriamo, se ci facciamo sopraffare dall’ansia – allora non lo abbiamo ricevuto come nostro consolatore, aiuto, guida, soccorritore e forza.
Forse obietterai: “Lo Spirito Santo ci è stato dato per darci la potenza di essere testimoni di Cristo”. È vero, ma cosa comprende la nostra testimonianza? Significa solo pregare per le persone? Queste cose fanno tutte parte della nostra testimonianza, state certi – ma non la comprendono appieno. No, la testimonianza al mondo è il cristiano che ha dato ogni peso allo Spirito Santo. Come i Tessalonicesi, questo credente vede problemi sovrastanti tutto attorno, eppure ha la gioia del Signore. Confida nello Spirito di Dio per ottenere il conforto e la guida in ogni afflizione. Ed ha una testimonianza potente da dare al mondo perduto, perché è gioioso nonostante sia circondato dalle tenebre. La sua vita dice al mondo: “Questa persona ha visto la luce”.
Un cristiano così ha veramente “ricevuto” lo Spirito Santo, perché permette allo Spirito di provvedere tutto ciò di cui ha bisogno per vincere. Un credente afflitto non è una testimonianza. Considerate l’esempio della vita di Paolo. Questo grande apostolo parlava di avere una “sentenza di morte” addosso: “Anzi, avevamo già noi stessi pronunciato la nostra sentenza di morte, affinché non mettessimo la nostra fiducia in noi stessi, ma in Dio che risuscita i morti” (2 Corinzi 1:9). Spiega: “Eravamo oppressi, affaticati oltre misura. Abbiamo persino disperato della nostra vita. Avevamo veramente toccato il fondo, e non avevamo via d’uscita”.
Paolo, guardando la sua triste situazione – afflizioni, problemi, fame, persecuzione, freddo, nudità, imprigionamento, una spina nella carne, preoccupazioni ed ansietà per le chiese, attentati e complotti contro la sua vita – poteva dire solo questo: “E’ la fine. Non c’è via di scampo. Umanamente parlando, vedo solo una soluzione, e cioè la morte. L’unica via di uscita è morire ed essere con Gesù”.
Carissimi, Dio ha permesso ciascuna delle prove di Paolo. Ed ha costretto l’apostolo a non fidarsi di se stesso, ma confidare appieno nello Spirito Santo. La Scrittura dice: “Avendo compiuto tutto il dovere, restare in piedi” (Efesini 6:13). Ci viene detto, in effetti: “Siete esausti dopo tutti gli sforzi umani. Avete cercato di risolvere i vostri problemi da soli, e siete giunti al capolinea. Ora permettete a Dio di operare. Sarà Lui a darvi la liberazione, per mezzo dello Spirito che vive in voi”.
Paolo sta parlando di qualcos’altro che un semplice sospiro del tipo: “Oh, confido che Dio ci riuscirà”. No, sta parlando del fatto di essere così disperati, così rassegnati, da dover confidare in un “Dio che ha risorto dalla morte” (2 Corinzi 1:9). La sua conclusione fu: “Soltanto Dio è in grado di liberarmi da questa situazione di morte. Soltanto il suo Spirito può darmi una via di uscita”.
Paolo confidò nel potere dello Spirito, e Dio lo liberò
“Egli ci ha liberati e ci libererà da un così gran pericolo di morte, e abbiamo la speranza che ci libererà ancora” (2 Corinzi 1:10). Che affermazione incredibile. Paolo sta dicendo: “Lo Spirito mi ha liberato da una situazione disperata. Mi libererà anche adesso. E continuerà a liberarmi in ogni afflizione”.
Permettetemi di farvi un riassunto: ricevere lo Spirito Santo non è dimostrato da alcune manifestazioni emotive. (Credo comunque che ci siano le manifestazioni dello Spirito). Ciò di cui sto parlando è ricevere lo Spirito attraverso una conoscenza tranquilla e sempre maggiore. Riceverlo significa avere una luce sempre maggiore della sua potenza liberatrice, del suo aiuto, della sua provvidenza.
Ripeto le parole di Pietro: “La sua potenza divina ci ha donato tutto ciò che riguarda la vita e la pietà mediante la conoscenza di colui che ci ha chiamati con la propria gloria e virtù” (2 Pietro 1:3). Secondo Pietro, la potenza divina dello Spirito non viene come una manifestazione. Viene prima di tutto “attraverso la conoscenza di colui che ci ha chiamati”. “E dalla sua pienezza tutti noi abbiamo ricevuto” (Giovanni 1:16). Inoltre, lo Spirito Santo non si riceve appieno finché non ha il pieno controllo. Semplicemente, non lo abbiamo ricevuto se non gli abbiamo dato il pieno controllo. Dobbiamo affidarci completamente alle sue cure.
Permettetemi di darvi un ultimo esempio, per illustrare tutto ciò. In Genesi 19, troviamo Lot e la sua famiglia in una crisi terribile. Su Sodoma, la loro città, stava per abbattersi il giudizio e così Dio mandò degli angeli per liberarli. Lot aprì la porta a questi messaggeri del Signore, ed essi entrarono in casa sua. Avevano il potere dal cielo per liberare tutta la famiglia. Ma gli angeli non furono accolti.
Vedete, la moglie di Lot non poteva pensare al fatto di dover cambiare vita. Sentendo gli angeli che esortavano suo marito a lasciare Sodoma, avrà pensato: “Non voglio lasciare questa bella casa, i miei mobili, tutti i miei amici. Sicuramente non è questa la volontà di Dio. Pregherò che il Signore ritardi il suo giudizio. Deve fare un miracolo per me”.
Alla fine, gli angeli dovettero costringere Lot e la sua famiglia, strappandoli fuori da Sodoma. Il piano di Dio era quello di liberarli nel processo di fuga. Li avrebbe nutriti, vestiti e si sarebbe preso cura di loro. Ma, come tutti sappiamo, la moglie di Lot guardò indietro e morì, diventando una statua di sale. Il messaggio dell’angelo fu chiaro: “Se vuoi che Dio abbia il pieno controllo, allora devi abbandonare le redini. Se cerchi la sua liberazione, devi lasciare i tuoi piani ed essere disposto a seguire la sua via”. In breve, lo Spirito Santo non usa il suo potere per liberare gli indecisi. L’incredulità fa fallire la sua opera. Dobbiamo essere disposti a fargli operare i cambiamenti nella nostra vita, se questo è il modo che Dio ha scelto per liberarci.
Secondo me, molti credenti oggi non hanno sperimentato la liberazione perché continuano a tenersi i loro piani. Io ti chiedo: sei disposto a permettere allo Spirito Santo di guidarti? Non lo hai ricevuto finché non gli avrai lasciato tutti i pesi che hai. Vi esorto, prega ed elenca tutti i problemi che hai: “Eccoli, Spirito Santo. Ti affido questa situazione. E credo che la tua potenza dimora in me. Non perderò il sonno per questo problema. Te lo affido”. Allora fidati! Devi semplicemente spostare gli occhi da questa tua condizione. Sì, ci sono tenebre tutto intorno. Ma hai visto la luce. Sei disposto a credere che il Signore ti faccia uscire fuori da questo problema? Credi alla Parola che ti ha dato: “Egli ci ha liberati e ci libererà da un così gran pericolo di morte, e abbiamo la speranza che ci libererà ancora” (2 Corinzi 1:10).

mercoledì 2 maggio 2007

VENI CREATOR SPIRITUS, storia della Pentecoste


Per gli Ebrei è la festa che ricorda il giorno in cui sul Monte Sinai, Dio diede a Mosè le tavole della Legge – Per la Chiesa Cristiana è la festa che ricorda la discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli.
Origini della festa
Presso gli Ebrei la festa era inizialmente denominata “festa della mietitura” e “festa dei primi frutti”; si celebrava il 50° giorno dopo la Pasqua ebraica e segnava l’inizio della mietitura del grano; nei testi biblici è sempre una gioiosa festa agricola. È chiamata anche “festa delle Settimane”, per la sua ricorrenza di sette settimane dopo la Pasqua; nel greco ‘Pentecoste’ significa 50ª giornata. Il termine Pentecoste, riferendosi alla “festa delle Settimane”, è citato in Tobia 2,1 e 2 Maccabei, 12, 31-32.. Quindi lo scopo primitivo di questa festa, era il ringraziamento a Dio per i frutti della terra, cui si aggiunse più tardi, il ricordo del più grande dono fatto da Dio al popolo ebraico, cioè la promulgazione della Legge mosaica sul Monte Sinai. Secondo il rituale ebraico, la festa comportava il pellegrinaggio di tutti gli uomini a Gerusalemme, l’astensione totale da qualsiasi lavoro, un’adunanza sacra e particolari sacrifici; ed era una delle tre feste di pellegrinaggio (Pasqua, Capanne, Pentecoste), che ogni devoto ebreo era invitato a celebrare a Gerusalemme.


La discesa dello Spirito Santo
L’episodio della discesa dello Spirito Santo è narrato negli Atti degli Apostoli, cap. 2; gli apostoli insieme a Maria, la madre di Gesù, erano riuniti a Gerusalemme nel Cenacolo, probabilmente della casa della vedova Maria, madre del giovane Marco, il futuro evangelista, dove presero poi a radunarsi abitualmente quando erano in città; e come da tradizione, erano affluiti a Gerusalemme gli ebrei in gran numero, per festeggiare la Pentecoste con il prescritto pellegrinaggio.“Mentre stava per compiersi il giorno di Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo e riempì tutta la casa dove si trovavano. Apparvero loro lingue di fuoco, che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, come lo Spirito dava loro di esprimersi. Si trovavano allora in Gerusalemme giudei osservanti, di ogni Nazione che è sotto il cielo. Venuto quel fragore, la folla si radunò e rimase sbigottita, perché ciascuno li sentiva parlare nella propria lingua.Erano stupefatti e, fuori di sé per lo stupore, dicevano: ‘Costoro che parlano non sono forse tutti Galilei? E com’è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa?…”. Il passo degli Atti degli Apostoli, scritti dall’evangelista Luca in un greco accurato, prosegue con la prima predicazione dell’apostolo Pietro, che unitamente a Paolo, narrato nei capitoli successivi, aprono il cristianesimo all’orizzonte universale, sottolineando l’unità e la cattolicità della fede cristiana, dono dello Spirito Santo.


Lo Spirito Santo
È il nome della terza persona della SS. Trinità, principio di santificazione dei fedeli, di unificazione della Chiesa, di ispirazione negli autori della Sacra Scrittura. È colui che assiste il magistero della Chiesa e tutti i fedeli nella conoscenza della verità (è detto anche ‘Paraclito’, cioè ‘Consolatore’). L’Antico Testamento, non contiene una vera e propria indicazione sullo Spirito Santo come persona divina. Lo “spirito di Dio”, vi appare come forza divina che produce la vita naturale cosmica, i doni profetici e gli altri carismi, la capacità morale di obbedire ai comandamenti. Nel Nuovo Testamento, lo Spirito appare talora ancora come forza impersonale carismatica. Insieme però, avviene la rivelazione della ‘personalità’ e della ‘divinità’ dello Spirito Santo, specialmente nel Vangelo di san Giovanni, dove Gesù afferma di pregare il Padre perché mandi il Paraclito, che rimanga sempre con i suoi discepoli e li ammaestri nella verità (Giov. 14-16) e in san Paolo, dove la dottrina dello Spirito Santo è congiunta con quella della divina redenzione. Esso è concesso a tutti i battezzati (1 Corinzi, 12, 13), lo Spirito fonda l’uguale dignità di tutti i credenti. Ma nello stesso tempo, in quanto conferisce carismi e ministeri diversi, l’unico Spirito, costruisce la Chiesa con l’apporto di una molteplicità di doni. L’insegnamento tradizionale, seguendo un testo di Isaia (11, 1 sgg.) enumera sette doni particolari, sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e timore di Dio. Essi sono donati inizialmente con la grazia del Battesimo e confermati dal Sacramento della Cresima.


Simbologia
Lo Spirito Santo, rarissimamente è stato rappresentato sotto forma umana; mentre nell’Annunciazione e nel Battesimo di Gesù è sotto forma di colomba, e nella Trasfigurazione è come una nube luminosa. Ma nel Nuovo Testamento, lo Spirito divino è esplicitamente indicato, come lingue di fuoco nella Pentecoste e come soffio nel Vangelo di Giovanni (20, 22); “Gesù disse loro di nuovo: Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi. Dopo aver detto questo, soffiò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati, saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi”. Lo Spirito Santo, più volte preannunciato nei Vangeli da Gesù, è stato soprattutto assimilato al fuoco che come l’acqua è simbolo paradossale di vita e di morte. Nell’Antico Testamento, Dio si rivela a Mosè sotto forma di fuoco nel roveto ardente che non si consuma; nella colonna di fuoco Dio Illumina e guida il popolo ebraico nelle notti dell’Esodo; durante la consegna delle Tavole della Legge a Mosè, per la presenza di Dio il Monte Sinai era tutto avvolto da fuoco. Nelle visioni profetiche dell’Antico Testamento, il fuoco è sempre presente e Dio apparirà alla fine dei tempi con il fuoco e farà giustizia su tutta la terra; anche nel Nuovo Testamento, Giovanni Battista annuncia Gesù come colui che battezza in Spirito Santo e fuoco (Matteo, 3, 11).

La Pentecoste nel cristianesimo
I cristiani inizialmente chiamarono Pentecoste, il periodo di cinquanta giorni dopo la Pasqua. A quanto sembra, fu Tertulliano, apologista cristiano (155-220), il primo a parlarne come di una festa particolare in onore dello Spirito Santo. Alla fine del IV secolo, la Pentecoste era una festa solenne, durante la quale era conferito il Battesimo a chi non aveva potuto riceverlo durante la veglia pasquale. Le costituzioni apostoliche testimoniano l’Ottava di Pentecoste per l’Oriente, mentre in Occidente compare in età carolingia. La Chiesa, nella festa di Pentecoste, vede il suo vero atto di nascita d’inizio missionario, considerandola insieme alla Pasqua, la festa più solenne di tutto il calendario cristiano.

mercoledì 18 aprile 2007

RAVVEDUTI = VINCENTI !

Al vincitore darò la manna nascosta e una pietruzza bianca sulla quale sta scritto un nome nuovo, che nessuno conosce all'infuori di chi la riceve.(Ap2,17)

Pergamo, la Chiesa a cui è indirizzata questa lettera, è città che anticamente fu capitale di un regno famoso . La città è ammantata di quel vezzo tipico di una protagonista che vuole imporsi e dominare e che diventa un riflesso dell’immagine della potenza che domina il mondo che è il potere dell’impero romano. La Chiesa di Pergamo vive, opera, svolge il suo ministero pastorale nel clima della città segnato dalla cultura del potere, subendo anch’essa le conseguenze di tutto un modo di gestire le relazioni, di guardare il mondo, di operare sulla scena pubblica che fa e costantemente riferimento al potere come valore assoluto considerandolo, in quanto tale, degno di culto. Insomma è una delle nostre città, forse proprio la nostra.


Ravvediti dunque; altrimenti verrò presto da te e combatterò contro di loro con la spada della mia bocca. (Ap 2,16)

L’invito al ravvedimento per questo tipo di condotta è fondamentale per comprendere il personaggio del “vincitore” cioè colui che si è ravveduto, ha pianto i suoi peccati, ha rinunciato al potere, a dire la sua, a proclamare la sua verità, a affermare le sue giustizie, ad esprimere la sua ministerialità nella stessa Chiesa … stà parlando di un morto a se stesso, di un’arreso, di un uomo che rinnega se stesso per Cristo e lo chiama “vincitore”.
Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio!(Col 3,3)

Per il mondo anche quello cristiano un "nulla" è ormai morto, uno senza più identità propria, senza riconoscimento umano, senza credenziali, senza pulpito, chiesa, ministeri, ecc. simile ad un povero ma è di più, è un morto!
Se devo morire, morirò, ma vedrò il Re. Voglio conoscerLo . Devo vedere il Suo volto! (Tommy Tenney - Inseguitori di Dio pg.63)
Ma qual è il premio a questa morte?

Al vincitore darò la manna nascosta e una pietruzza bianca sulla quale sta scritto un nome nuovo, che nessuno conosce all’infuori di chi la riceve.

E’ interessante come, qui, il vincitore è raffigurato mediante l’immagine di colui che ravveduto, gusta la manna, che è sicuramente un riferimento eucaristico, ed il fatto che sia nascosta non solo perchè essa è velata divinità nella sostanza materiale, perchè non è riconosciuta come Corpo di Gesù da tutta la Chiesa Cristiana, ma e anche perchè è "reclusa" nei tabernacoli e quindi nascosta alla "fame" di adorazione di tutti coloro che la cercano e non la conoscono intimamente. Anche questa “pietruzza bianca sulla quale sta scritto un nome nuovo, che nessuno conosce all’infuori di chi la riceve” sa molto di profetico, sembra proprio parlare del dono di un'elezione alla contemplazione, di un dono non compreso dal resto dell'umanità e della cristianità indaffarata, ma che per il Datore di esso è la chiave ad una relazione sponsale, segreta e quindi mistica. E’ quel sapore nascosto dell’intimità profonda che lega la vita del cristiano nella Chiesa alla signoria di Cristo.
“Quel nome che nessuno conosce all’infuori di chi” l’ha ricevuto; quel nome per cui ci “intendiamo”, dice il Signore alla sua Chiesa. Ci intendiamo, io e tu, tu ed io; è quel nome per cui siamo in relazione, tu ed io e in questa pienezza di comunione che rimane segreta, che non appare, che non ha riscontri nel sistema dei poteri dominanti, ecco come la tua vita si riempie nella segretezza della tua adorazione. Una vita senza potere, ma … un nome nuovo tra me e te, un nome “che nessuno conosce”, nel senso che non è utilizzabile come strumento che per imporre decisioni o per gestire gli equilibri della società civile o cristiana; eppure tra me e te c’è questa intesa così profonda per cui la vita umana ne riceve un beneficio che è portatore di una consolazione inesauribile, traboccante.
Pertanto io voglio vincere ... e voi?


Giosuè

Cristo vivente nella sua Chiesa

Carissimi, il Figlio di Dio ha assunto la natura umana con una unione così intima da essere l'unico ed identico Cristo non soltanto in colui, che è il primogenito di ogni creatura, ma anche in tutti i suoi santi. E come non si può separare il Capo dalle membra, così le membra non si possono separare dal Capo.E se è vero che, non è proprio di questa vita, ma di quella eterna, che Dio sia tutto in tutti, è anche vero che fin d'ora egli abita inseparabilmente il suo tempio, che è la Chiesa. Lo promise con le parole: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo» (Mt 28, 20).Tutto questo dunque che il Figlio di Dio ha fatto e ha insegnato per la riconciliazione del mondo, non lo conosciamo soltanto dalla storia delle sua azioni passate, ma lo sentiamo anche nell'efficacia di ciò che egli compie al presente.E' lui che, come è nato per opera dello Spirito Santo da una vergine madre, così rende feconda la Chiesa, sua Sposa illibata, con il soffio vitale dello stesso Spirito, perché mediante la rinascita del battesimo, venga generata una moltitudine innumerevole di figli di Dio. Di costoro è scritto: «Non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati» (Gv 1, 13).E' in lui che viene benedetta la discendenza di Abramo, e tutto il mondo riceve l'adozione divina. Il Patriarca diventa padre delle genti, ma i figli della promessa nascono dalla fede, non dalla carne.E' lui che, eliminando ogni discriminazione di popoli, e radunando tutti da ogni nazione, forma di tante pecorelle un solo gregge santo. Così ogni giorno compie quanto aveva già promesso, dicendo: «E ho altre pecore, che non sono di questo ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce, e diventeranno un solo gregge e un solo pastore» (Gv 10, 16).Sebbene infatti egli dica particolarmente a Pietro: «Pasci le mie pecorelle» (Gv 21, 17), nondimeno tutta l'attività dei pastori è guidata e sorretta da lui solo, il Signore. E' lui che, con pascoli ubertosi e ridenti, nutre tutti coloro che vengono a questa Pietra. Cosicché innumerevoli pecorelle, fortificate dalla sovrabbondanza dell'amore, non esitano ad affrontare la morte per la causa del loro Pastore, come egli, il buon Pastore, si è degnato di dare la propria vita per le stesse pecorelle.Partecipi della sua passione sono non solo i martiri forti e gloriosi, ma anche i fedeli che rinascono, e già nell'atto stesso della loro rigenerazione.E' questo il motivo per cui la Pasqua viene celebrata, secondo la Legge, negli azzimi della purezza e della verità: la nuova creatura, getta via il fermento della sua malvagità e si inebria e si nutre del Signore stesso.La nostra partecipazione al corpo e al sangue di Cristo non tende ad altro che a trasformarci in quello che riceviamo, a farci rivestire in tutto, nel corpo e nello spirito, di colui nel quale siamo morti, siamo stati sepolti e siamo risuscitati.
Dai «Discorsi» di Leone Magno(Disc. 12 sulla passione, 3, 6, 7; Pl 54, 355-357)