martedì 4 dicembre 2007

ATTENDERE E' PREGARE

di Jean Debruynne

Dio,tu hai scelto di farti attenderetutto il tempo di un Avvento.
Io non amo attendere.
Non amo attendere nelle file.
Non amo attendere il mio turno. Non amo attendere il treno.
Non amo attendere prima di giudicare.
Non amo attendere il momento opportuno.
Non amo attendere un giorno ancora.
Non amo attendere perché non ho tempo e non vivo che nell’istante.
D’altronde tu lo sai bene,tutto è fatto per evitarmi l’attesa:
gli abbonamenti ai mezzi di trasportoe i self-service,
le vendite a creditoe i distributori automatici,
le foto a sviluppo istantaneo,
i telex e i terminali dei computer,
la televisione e i radiogiornali…
Non ho bisogno di attendere le notizie: sono loro a precedermi.
Ma tu Dio tu hai scelto di farti attendere
il tempo di tutto un Avvento.
Perché tu hai fatto dell’attesa lo spazio della conversione,
il faccia a faccia con ciò che è nascosto,
l’usura che non si usura.
L’attesa, soltanto l’attesa,l’attesa dell’attesa,
l’intimità con l’attesa che è in noi
perché solo l’attesa desta l’attenzione
e solo l’attenzione è capace di amare.
Tu sei già dato nell’attesa,e per te,
Dio,attendere,si coniuga come pregare.


FERMIAMOCI IN ATTESA


di Corrado Androetto

Ti è mai capitato di sentirti atteso da qualcuno? Sentire di valere perché qualcuno è impaziente per te? L’Avvento richiama la coda nel negozio per l’ultimo regalo, l’attesa delle vacanze. Ma non è solo questo. Pensare che uno dei periodi più frenetici dell’anno sia fatto per potersi fermare ad «attendere», suona infatti ironico. Eppure, come il sentirmi atteso mi fa percepire che valgo, così attendere qualcosa ne aumenta il valore.
Da bambini si guarda il presepe con stupore e si vorrebbe toccare ogni personaggio; da adolescenti si entra nella fase «non mi piace il presepe» o nell’indifferenza; di questo passo da adulti ci si ritroverà con il vecchio albero e uno pseudo presepe. Bella prospettiva! A meno che da giovani non si riscopra la meraviglia dei piccoli, il senso di una tradizione significativa, tanto che facendo il presepe ci si renda conto che è il presepe a "farci". Come? La risposta sta nella vita di ogni giorno, nel nostro corpo e soprattutto nel nostro cuore. Insomma Gesù è nato duemila anni fa ed è capitato ad altri il grande dono di trovarsi dalle parti di Betlemme; oggi Gesù si manifesta in chi ci circonda perché accada a tanti e sta ciascuno riconoscerlo in noi. Allora il nostro corpo sia il presepe vivente quotidiano, nei luoghi dove siamo chiamati a vivere da cristiani. Le nostre gambe siano quelle degli animali, come instancabili pellegrini alla ricerca della Verità. Il nostro ventre sia come quello di Maria che ha accolto Gesù, mentre noi possiamo farlo nell’Eucaristia. Le nostre braccia siano quelle di Giuseppe, "abbracciando" ogni giorno i fratelli: in famiglia, nel lavoro, nello studio. La nostra bocca e la nostra voce siano quelle degli angeli per dire con coraggio la Parola, testimoniare la speranza e gridare contro le ingiustizie. Le nostre orecchie e i nostri occhi siano quelle dei pastori che hanno udito il canto degli angeli e visto il Bambino; con tutti i nostri sensi possiamo essere testimoni di questo incontro. La nostra intelligenza sia quella dei Magi che si sono affidati e messi in cammino; un’intelligenza "in movimento" che operi per il raggiungimento del bene comune, aperta al mistero e all’Altro. Il nostro cuore sia la mangiatoia che ha accolto l’Eterno, perché l’amore non sia un gioco, l’amicizia non sia un’opportunità, i talenti non si svendano. Sì, perché in fondo il presepe siamo noi.

LA PREGHIERA RESPIRO DELL'ANIMA


(di Monsignor Severino Paletto)

1. Gesù Maestro e testimone di preghiera.
La comunione trinitaria è il dono di santità che Dio ci offre attraverso Gesù Cristo e col ministero della Chiesa nei segni sacramentali ed è per questo che viene chiamata “grazia santificante”. Gesù è venuto sulla terra per rivelarci che Dio è nostro Padre e per guidarci a Lui con la luce e la forza dello Spirito Santo.L’orientamento della nostra vita sul mistero di Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, è possibile se è sostenuto e alimentato dalla preghiera, intesa non solo come richiesta di aiuto, ma anche e soprattutto come "respiro dell’anima". Ci mettiamo perciò alla scuola di Gesù perché è dal suo esempio e dal suo insegnamento che riusciamo a comprendere come sia importante pregare il Padre con la mediazione di Cristo stesso e con la forza del suo Spirito.Fermiamoci a contemplare Gesù per comprendere come Egli ha pregato il Padre nel tempo della sua vita terrena così che il suo esempio diventi per noi scuola di preghiera autentica.La vita di Cristo è stata caratterizzata da un continuo atteggiamento orante nei confronti del Padre: "Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà; pur essendo Figlio imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì" (Eb 5, 7-8). La supplica per essere liberato da morte fu esaudita col dono della risurrezione.Gesù prega il Padre perché lo sente al centro della propria esistenza, come ebbe a dire un giorno ai discepoli: "Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato" (Gv 4, 34). È per questo che Egli sente l’esigenza di stare a lungo in preghiera, passando talvolta anche la notte intera nell’orazione (Cf Lc 6, 12) e cercando un clima di silenzio in luoghi appartati, come ci ricorda l’evangelo di Marco: "Al mattino si alzò quand'era ancora buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce e, trovatolo, gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!»" (Mc 1, 35-38). È chiaro che Gesù non rifugge l’impegno dell’annuncio, ma difende l’esigenza di non ascoltare sempre e comunque le richieste della gente se questo va a scapito del tempo che Egli vuol dedicare alla preghiera. Nei suoi colloqui col Padre Gesù esprime i sentimenti più profondi che nascono dalla sua esperienza quotidiana di vita. La sua quindi è una preghiera:

  • di gioia interiore: "In quello stesso istante Gesù esultò nello Spirito Santo e disse: «Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così a te è piaciuto»" (Lc 10, 21);

  • di lode e ringraziamento: "Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato" (Gv 11, 41-42);

  • di richiesta di aiuto nello smarrimento della passione: "Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice!" (Mt 26, 39);

  • di filiale obbedienza: "Padre mio, se questo calice non può passare da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà" (Mt 26, 42);

  • di angoscia quando sulla croce sperimenta il silenzio del Padre: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" (Mc 15, 34);

  • di abbandono totale nel momento della sua morte: "Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito" (Lc 23, 46).

L’esempio di Gesù deve suscitare in noi il desiderio di imitarlo, come hanno fatto gli apostoli, i quali rimanevano estasiati nel vedere come e quanto Egli stava in preghiera. San Luca ci ricorda che "Un giorno Gesù si trovava in un luogo a pregare e quando ebbe finito uno dei discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». Ed egli disse loro: «Quando pregate dite: Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno»" (Lc 11, 1-2).

2. Che cos’è quindi la preghiera?
La più semplice definizione della preghiera che ci viene dalla tradizione cristiana è questa: "La preghiera è l’elevazione dell’anima a Dio". Quindi pregare è rivolgersi, protendersi con tutto il nostro essere verso Dio. Chi non prega non esce dal suo piccolo mondo e vive ripiegato su se stesso. Pregare è cercare di vivere in comunione con Dio. Chi non prega rimane solo, solo con i suoi problemi e la sua incapacità a risolverli. Chi si abitua a vivere lontano da Dio un po’ per volta si illude di poter vivere bene anche senza di Lui, per cui non pensa più a Dio e finisce col pensare che Egli non esista. Quante persone che hanno perduto la fede devono ammettere che la crisi è cominciata quando hanno smesso di pregare!
Pregare non è anzitutto dire delle cose a Dio, ma fare silenzio davanti a Lui, stare ad ascoltarlo, sentendoci guardati da Lui e godendo di stare a lungo in sua compagnia.
Pregare è lodare, benedire, magnificare e ringraziare Dio. Molto spesso la nostra preghiera si esaurisce nel chiedere qualcosa al Signore e ci dimentichiamo che l’aspetto essenziale della preghiera è il “sacrificio della lode”, cioè la lode ed il ringraziamento al Signore per quanto ci ha donato e ha fatto per noi.
Pregare è aprire il cuore a Dio facendo a Lui le nostre confidenze più intime. È opportuno mettere al corrente Dio di ciò che ci succede, non per informarlo, dal momento che Egli già conosce tutto di noi, ma perché questo esercizio è utile a noi stessi perché ci rende più riflessivi e responsabili di fronte alle vicende della nostra esistenza ed alle scelte che facciamo ogni giorno.
Pregare è consultarsi con Dio, cioè sforzarsi di entrare nel modo di pensare e di vedere le cose come le pensa e le vede Lui.
Pregare è aderire alla volontà di Dio. Si deve pregare per suscitare in noi l’amore per Dio e amare Dio significa fare ciò che Egli desidera. Non dobbiamo con la preghiera pretendere di far cambiare idea a Dio, o di tirarlo dalla nostra parte per imporgli il nostro punto di vista, ma, al contrario, la preghiera deve spingere noi dalla parte di Dio. La preghiera è vera nella misura in cui fa maturare in noi un "sì" a Dio.

Una delle forme più antiche di preghiera è la Lectio divina, cioè una lettura pregata della Parola di Dio contenuta nella Bibbia. È importante ricuperare la preziosità di questa particolare forma di preghiera per riuscire ogni giorno a meditare ed approfondire le Sacre Scritture, scegliendo possibilmente le letture quotidiane della Messa. Il metodo da seguire è quello classico ed è molto semplice: si fa una lettura diligente del testo, cercando di capirne il significato autentico (lectio); segue un congruo tempo di approfondimento meditativo per assimilare il messaggio personale che Dio ci offre (meditatio); si passa quindi a chiedere al Signore un aiuto particolare per vivere quanto ci ha comunicato (oratio); si cerca poi di sostare, per un po’ di tempo, immersi nella presenza di Dio al fine di gustare la gioia e la pace interiore che nasce dalla certezza di sentirci amati da Lui (contemplatio); infine si conclude con un impegno concreto finalizzato a tradurre nei nostri comportamenti quanto il Signore ci ha suggerito.


3. Condizioni perché la preghiera sia autentica.
Affinché la nostra preghiera sia autentica, e quindi gradita a Dio, è necessario che rispecchi lo stile di Gesù e perciò che abbia alcune caratteristiche:

  • Deve essere fondata sulla certezza che Dio ci ama come un Papà, che ha cura dei suoi figli per i quali provvede a tutte le loro necessità (Cf Mt 6, 25-34).

  • Deve nascere dalla fiducia che Dio supera in generosità tutti noi e nella sua risposta sa andare molto al di là di tutte le nostre richieste (Cf Lc 11, 9-13).

  • Deve essere costante, per non dire insistente, anche se sempre aperta a fare ciò che Dio dispone per il nostro bene, che non sempre siamo in grado di capire (Cf Lc 11, 5-8).

  • Deve essere accompagnata da una presa di coscienza della nostra povertà e del nostro peccato.

Chi prega deve assumere un atteggiamento di “genuflessione ontologica” (Lafrance), cioè un atteggiamento continuo di umiltà per riconoscersi peccatori. Chi sa pregare in ginocchio, cioè considerandosi piccolo e peccatore, si esprime così: "Mio Dio, mostrami il tuo volto ed insegnami ad accettare di essere al secondo posto". Pensiamo all’insegnamento della parabola del fariseo e del pubblicano (Cf Lc 18, 9-14).
Bisogna saper pregare da “persone abbandonate” in Dio. Si può dire che la contemplazione è la fede portata fino al punto di unione tale con Dio per cui è possibile vivere la vita di tutti i giorni "come se si vedesse l’Invisibile" (Cf Eb 11, 27). San Giovanni della Croce ci ricorda che "l’anima non va all’orazione per affaticarsi, ma per distendersi". Pregare non è farci venire il mal di testa in uno sforzo nostro di concentrazione, ma è cercare di decentrarsi da se stessi per abbandonarsi in Dio senza preoccuparsi di cosa dire o cosa pensare. In questo senso è utile ricordare che la capacità di essere raccolti non viene da noi o dai nostri sforzi personali, ma dal fascino di Dio.
È necessario inoltre entrare nella preghiera con cuore puro e riconciliato, così come ci viene richiamato dalla Parola di Dio:"Che m’importa dei vostri sacrifici senza numero? Lavatevi, purificatevi, togliete il male delle vostre azioni dalla mia vista. Cessate di fare il male" (Is 1, 11.16)."Ipocriti! Bene ha profetato di voi Isaia, dicendo: Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me" (Mt 15, 7-8)."Se dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e va' prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono" (Mt 5, 23-24).
Infine è importante imparare a pregare senza aver paura di Dio. Troppe volte ci dimentichiamo che Dio è Padre, che ci ama e ci accoglie così come siamo, per cui ci accostiamo a Lui più con la paura dei servi che con l’amore confidente dei figli. Ricordiamo questo importante insegnamento di Santa Teresa d’Avila: "Nulla ti turbi, nulla ti sgomenti. Tutto passa, Dio non muta. La pazienza tutto vince. A chi ha Dio nulla manca. Dio solo basta!".

VEGLIATE e VIGILATE!


di Pd. Raniero Cantalamessa

"Vegliate, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà...State pronti, perché nell'ora che non immaginate il Figlio dell'uomo verrà!". Ci si chiede a volte perché Dio ci nasconde una cosa così importante com'è l'ora della sua venuta, che per ognuno di noi, singolarmente preso, coincide con l'ora della morte. La risposta tradizionale è: "Perché fossimo vigilanti, ritenendo ognuno che il fatto può accadere ai suoi giorni" (S. Efrem Siro).
Ma il motivo principale è che Dio ci conosce; sa quale terribile angoscia sarebbe stata per noi conoscere in anticipo l'ora esatta e assistere al suo lento e inesorabile approssimarsi. È quello che più spaventa di certe malattie. Più numerosi sono oggigiorno quelli che muoiono per malattie improvvise di cuore, che quelli che muoiono dei cosiddetti "mali brutti". Eppure, quanta più paura fanno queste ultime malattie, perché ci sembra che tolgano quell'incertezza che ci permette di sperare.L'incertezza dell'ora non deve spingerci a vivere da spensierati, ma da persone vigilanti.
Se l'anno liturgico è ai suoi inizi, l'anno civile volge al suo termine. Un'ottima occasione, questa, per dare spazio a una riflessione sapienziale sul senso della nostra esistenza. La stessa natura in autunno ci invita a riflettere sul tempo che passa. Quello che il poeta Giuseppe Ungaretti diceva dei soldati in trincea sul Carso, durante la prima guerra mondiale, vale per tutti gli uomini: "Si sta / come d'autunno / sugli alberi / le foglie". Cioè, in procinto di cadere da un momento all'altro. "Vàssene il tempo -diceva il nostro Dante Alighieri- e l'uom non se n'avvede", il tempo scorre e l'uomo non se ne accorge.Un filosofo antico ha espresso questa fondamentale esperienza con una frase rimasta celebre: panta rei, cioè: tutto scorre.
Succede nella vita come sullo schermo televisivo: i programmi, cosiddetti palinsesti, si susseguono rapidamente e ognuno cancella il precedente. Lo schermo resta lo stesso, ma le immagini cambiano. Così è di noi: il mondo rimane, ma noi ce ne andiamo uno dopo l'altro. Di tutti i nomi, i volti, le notizie che riempiono i giornali e i telegiornali di oggi -di me, di te, di tutti noi- cosa resterà da qui a qualche anno o decennio? Nulla di nulla. L'uomo non è che "un disegno creato dall'onda sulla spiaggia del mare che l'onda successiva cancella".Vediamo cosa ha da dirci la fede a proposito di questo dato di fatto che tutto passa.
"Il mondo passa, ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno" (1 Gv 2, 17).
C'è dunque qualcuno che non passa, Dio, e c'è un modo per non passare del tutto neanche noi: fare la volontà di Dio, cioè credere, aderire a Dio. In questa vita noi siamo come persone su una zattera trasportata dalla corrente di un fiume in piena verso il mare aperto, da cui non c'è ritorno. A un certo punto, la zattera si viene a trovare vicino alla riva. Il naufrago dice: "O ora o mai più!" e spicca il salto sulla terra ferma. Che respiro di sollievo quando sente la roccia sotto i suoi piedi! È la sensazione che ha spesso colui che arriva la fede. Potremmo ricordare, a conclusione di questa riflessione, le parole che S. Teresa d'Avila ha lasciato come una specie di testamento spirituale: "Niente ti turbi, niente ti spaventi. Tutto passa. Dio solo resta".

lunedì 3 dicembre 2007

I BELONG TO JESUS !


Fratelli amati da Jeshua e da me,

questo blog non si è mai occupato di sport ma non resisto quando vedo un figlio di Dio meraviglioso come Kakà raggiungere le vette del calcio e benedire e ringraziare Gesù.

Bello, bravo, ricco, famoso ma più di ogni cosa "perdutamente" cristiano! E' un'incanto vederlo pregare e benedire Dio in ogni sua intervista ed ad ogni suo goal, un vero testimone oltre al grande talentuoso campione che è. Lode a Jeshua ed ai suoi figli!

Vi riporto l'articolo di un mensile!


Per Kakà un futuro da pastore evangelico


ROMA Kakà è il vincitore del Pallone d’Oro. Considerato uno dei calciatori più forti al mondo, si distingue dai suoi colleghi perché a fine carriera, invece di diventare allenatore, sogna di svolgere il ruolo di pastore evangelico.
«Mi piacerebbe molto. È un percorso impegnativo - ha dichiarato l’attaccante del Milan - bisogna studiare teologia, fare un corso, approfondire lo studio della Bibbia». «Un pastore evangelico legge la Bibbia e ne trasmette i precetti. Non è così facile applicare alla società di oggi cose scritte migliaia di anni fa. Ma proprio questo è il compito di un buon pastore: attualizzare l’insegnamento della Bibbia».
La sua conversione, si dice, sia dovuta ad un tuffo quasi mortale dalla piscina quando aveva 14 anni. «È una balla. Io sono cresciuto con l’educazione della Bibbia. E poi ne avevo 18, di anni. L’incidente c’è stato, - osserva - ma nel Duemila: la mia carriera poteva chiudersi lì. Mi si è torto il collo e ho lesionato la sesta vertebra cervicale».
Risulta anche che il giocatore - che tra cinque mesi diventerà papà - sostenga che è Dio a scegliere i re, i principi, i presidenti e più in generale i leader. Ma precisa: «Non confondiamo: Dio sceglie i leader, come dice la Bibbia, ma poi lascia loro il libero arbitrio. Il punto sta tutto lì: non è stato Dio a volere la guerra, - chiude Kakà - a distruggere il mondo con il disprezzo della natura. Sono i governanti che abusano del loro libero arbitrio».

martedì 27 novembre 2007

Se tu lo costruisci, Lui verrà!

(in foto il presepe di Chiara)

Vi piacerebbe riuscire ad esternare un sentimento ? Vi piacerebbe dare alla materia proprio la forma della tua dimensione spirituale ? Vi piacerebbe colorare ciò che non ha colore ? Sarò più chiaro, spero! Tra le cose che amo fare fin dall’infanzia è preparare il “presepio” per Natale. Lo faceva mi padre e lo fa ancora e mi ha trasmesso questa passione. I miei sono un po’ più ricercati ed elaborati, forse anche più complicati, i suoi sono innocenti e semplici, immediati dove personaggi e paesaggio sono perfettamente amalgamati senza regole precise e senza schemi prestabiliti. I miei sono alla ricerca dell’esternazione di un momento spirituale intimo e sono una vera e propria preghiera ed una preparazione alla Sua Venuta. Inizia tutto con il pensare a quello che Gesù ha fatto per entrare nella sua amatissima umanità così delicatamente come ha fatto; la sua povertà, la sua nudità, la sua precarietà, il suo ambiente ostile e inospitale … questo mi ha sempre commosso ed affascinato e rappresentarlo mi aiuta ad immaginarlo. Mi approccio allora al mistero dell’Incarnazione di Dio nella mia vita, nella mia realtà, nella mia casa, nel mio cuore provando ad esternare quello che gli occhi dello spirito già vedono. La materia povera prende vita, prendono forma oggetti insignificanti, diventano luoghi, spazi che ospiteranno il ricordo di una storia vera d’amore vero, quella tra me e Gesù. Tutta la famiglia è impegnata alla sua realizzazione perché non è sempre bene essere soli ed è bello che qualcuno ti aiuti. A guardarlo sembra proprio la rappresentazione della vita il Tutto si fa niente, Dio plasma la mia vita e dal nulla io divento un luogo dove Egli possa fermarsi, un luogo dove il Re possa splendere e farsi adorare. Mentre tutti si preparano a scambiarsi doni inutili il DONO vero si dona! Così nasce il mio presepio, così da materiali che gli altri buttano, con pazienza ed umiltà si scolpisce, si fonde, s’incide, si colora … e quando tutto è pronto si adagiano “statuine” che se proprio noi non riusciamo a gioire più del Natale e del compleanno di Gesù almeno loro davanti al Mistero di questo amore, restano immobili, senza parole … almeno loro sanno veramente adorare! Io le guardo inserite in quello che la mia anima ha rappresentato e che è diventata l’espressione del mio cuore che fa il bambino, allora guardo il tutto e mi commuovo e mi addolora il pensiero che molti lo ritengono “idolatria”, inutilità, tradizionalismo o religiosità! Quello che vedo nei miei presepi semplici e poverissimi è la mia vita che senza la presenza di Dio è solo materiale di risulta, allora prima che le pietre, le statue, il polistirolo possa cominciare ad adorare Jeshua prima di me, lo faccio io e mi preparo all’attesa dell’evento vero e miracoloso : Gesù in me! Bhe se per amore di Dio noi siamo tempio dello Spirito e Sua dimora, perché oggetti inutili non ne potrebbero portarne il senso spirituale e aiutare il cuore e l’anima a sperare ancora? Sai, sarà Natale se lasci che il Bambino nasca in te … allora fratelli permettete un consiglio? Fate il presepio e tramandatelo ai vostri figli sono certo che un mondo con più bambini semplici e meno pseudo-adulti complicati farebbe veramente rinascere Jeshua in tutti e quello sarà il Vero Natale, quello il VERO presepio, quella l’unica speranza! Siete ancora in tempo per farlo e non preoccupatevi di come verrà, più è brutto più Egli lo renderà bello, così come fa con noi, allora avanti con colla, carta, legno, sughero … tutto ciò che ti rappresenta.
Quindi come citava un vecchio e meraviglioso film "l'uomo dei sogni"(1989 di Phil Alden Robinson) e lo straordinario libro di Tommy Tenney "la casa preferita da Dio": ... se tu lo costruisci Lui verrà!
Edifica il luogo dell'incontro, restaura le brecce aperte ed il Nostro Signore si adagerà sulla nostra infinita povertà ed abiterà ciò che è inabitabile, restaurerà ciò che è cadente e renderà prezioso ciò che non ha valore ... e alla fine Re Jeshua verrà, davvero!
Giosuè

Il Presepe di Greccio


(dalla vita prima di Tommaso da Celano)

La sua aspirazione più alta, il suo desiderio dominante, la sua volontà più ferma era di osservare perfettamente e sempre il santo Vangelo e di imitare fedelmente con tutta la vigilanza, con tutto l’impegno, con tutto lo slancio dell’anima e del cuore la dottrina e gli esempi del Signore nostro Gesù Cristo. Meditava continuamente le parole del Signore e non perdeva mai di vista le sue opere. Ma soprattutto l’umiltà dell’Incarnazione e la carità della Passione aveva impresse così profondamente nella sua memoria, che difficilmente gli riusciva di pensare ad altro. A questo proposito è degno di perenne memoria e di devota celebrazione quello che il Santo realizzò tre anni prima della sua gloriosa morte, a Greccio, il giorno del Natale del Signore. C’era in quella contrada un uomo di nome Giovanni, di buona fama e di vita ancora migliore, ed era molto caro al beato Francesco perché, pur essendo nobile e molto onorato nella sua regione, stimava più la nobiltà dello spirito che quello della carne. Circa due settimane prima della festa della Natività, il beato Francesco, come spesso faceva, lo chiamò a sé e gli disse: “Se vuoi che celebriamo a Greccio il Natale di Gesù, precedimi e prepara quanto ti dico: vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhio del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello”. Appena l’ebbe ascoltato, il fedele e pio amico se ne andò sollecito ad approntare nel luogo designato tutto l’occorrente, secondo il disegno esposta dal Santo. E giunge il giorno della letizia, il tempo dell’esultanza! Per l’occasione sono qui convocati molti frati da varie parti; uomini e donne arrivano festanti dai casolari della regione, portando ciascuno secondo le sue possibilità, ceri e fiaccole per illuminare quella notte, nella quale s’accese splendida nel cielo la Stella che illuminò tutti i giorni e i tempi. Arriva alla fine Francesco: vede che tutto è predisposto secondo il suo desiderio, ed è raggiante di letizia. Ora si accomoda la greppia, vi si pone il fieno e si introducono il bue e l’asinello. In quella scena commovente risplende la semplicità evangelica, si loda la povertà, si raccomanda l’umiltà. Greccio è divenuto come una nuova Betlemme. Questa notte è chiara come pieno giorno e dolce agli uomini e agli animali! La gente accorre e si allieta di un gaudio mai assaporato prima, davanti al nuovo mistero. La selva risuona di voci e le rupi imponenti echeggiano i cori festosi. I frati cantano scelte lodi al Signori, e la notte sembra tutta un sussulto di gioia. Il Santo è li estatico di fronte al presepio, lo spirito vibrante di compunzione e di gaudio ineffabile. Poi il sacerdote celebra solennemente l’Eucaristia sul presepio e lui stesso assapora una consolazione mai gustata prima. Francesco si è rivestito dei paramenti diaconali, poiché era diacono, e canta con voce sonora il santo Vangelo: quella voce forte e dolce, limpida e sonora rapisce tutti in desideri di cielo. Poi parla al popolo e con parole dolcissime rievoca il neonato Re povero e la piccola città di Betlemme. Spesso, quando voleva nominare Cristo Gesù, infervorato di amore celeste lo chiamava il “Bambino di Betlemme”, e quel nome “Betlemme” lo pronunciava riempiendosi la bocca di voce e ancor più di tenero affetto, producendo un suono come belato di pecora. E ogni volta che diceva “Bambino di Betlemme” o “Gesù”, passava la lingua sulle labbra, quasi a gustare e trattenere tutta la dolcezza di quelle parole. Vi si manifestano con abbondanza i doni dell’Onnipotente, e uno dei presenti, uomo virtuoso, ha una mirabile visione. Gli sembra che il Bambinello giaccia privo di vita nella mangiatoia, e Francesco gli si avvicina e lo desta da quella specie di sonno profondo. Né la visione prodigiosa discordava dai fatti, perché per i meriti del Santo, il fanciullo Gesù veniva risuscitato nei cuori di molti, che l’avevano dimenticato, e il ricordo di lui rimaneva impresso profondamente nella loro memoria. Terminata quella veglia solenne, ciascuno tornò a casa sua pieno di ineffabile gioia. Il fieno che era stato collocato nella mangiatoia fu conservato, perché per mezzo di esso il Signore guarisse nella sua misericordia giumenti e altri animali. E davvero colpiti da diverse malattie, mangiando di quel fieno furono da esse liberati. Anzi, anche alcune donne che, durantge un parto faticoso e doloroso, si posero addosso un poco di quel fieno, hanno felicemente partorito. Alla stessa maniera numerosi uomini e donne hanno ritrovato la salute. Oggi quel luogo è stato consacrato al Signore, e sopra il presepio è stato costruito un altare e dedicata una chiesa ad onore di San Francesco, affinché la dove un tempo gli animali hanno mangiato il firno, ora gli uomini possano mangiare, come nutrimento dell’anima e santificazione del corpo, la carne dell’Agnello immacolato e incontaminato, Gesù Cristo nostro Signore, che con amore infinito ha donato se stesso per noi. Egli con il Padre e lo Spirito Santo vive e regna eternamente glorificato nei secoli dei secoli. Amen.

Il Presepe nelle fonti francescane


(di Roberta Fidanzia)

A partire dal 1223, dopo l’approvazione della Regola, per alcuni biografi di Francesco si aprì quel periodo chiamato della “grande tentazione”, ovvero tentazione di abbandonare tutto, tutto quello che egli aveva fondato ma che da altri e da altre necessità era stato modificato. A momenti di sconforto, però, si univano anche momenti di remissione e di pacificazione con se stesso. Uno di questi momenti può essere senza dubbio quello della celebrazione del Santo Natale a Greccio nel 1223.
L’intenzione di Francesco era quella di organizzare una “sacra rappresentazione corale che trasformasse in attore anche il pubblico accorso ad assistervi”. Tutte le persone potevano così partecipare veramente e sentitamente all’evento più importante per i cristiani: la nascita di Cristo. Nell’idea di Francesco era viva l’intenzione di rappresentare la Natività come essa era realmente avvenuta, con i disagi e le difficoltà che Maria e Giuseppe avevano dovuto affrontare e che il piccolo Gesù si era trovato a vivere. Egli era un bambino - il Dio fatto uomo, il più umile degli uomini - che per questa ragione subiva tutte le difficoltà che la vita gli presentava, fin dal primo istante. Importante risulta notare che nella sua ricostruzione Francesco si basa anche sul racconto dei Vangeli apocrifi. I Vangeli tradizionali, infatti, non accennano al bue o all’asinello, mentre quelli apocrifi riportano con dovizia questi ed altri dettagli. Francesco recupera queste immagini, consapevole, forse, proprio del loro valore umano e popolare. Con la rappresentazione viva del Presepe la gente, la folla, avrebbe avuto di fronte a sé i brani del Vangelo. Tutti avrebbero potuto vivere la natività di Cristo, immedesimandosi nei personaggi ed avendo un contatto più vicino e diretto con il miracolo della Natività. Francesco riuscì a trasportare, in questo modo, il racconto evangelico dal piano della religione colta – non bisogna infatti dimenticare che la lettura dei testi avveniva in latino con voce del sacerdote che commentava nella predica la lettura dei passi evangelici, ma questa non riusciva a penetrare nei cuori e nelle anime e rimaneva distaccata dalle necessità della gente comune, che conosceva poco il latino o non lo conosceva affatto e non era in grado di seguire discorsi di teologia – al piano della religione popolare – infatti in questo modo la folla aveva davanti a sé il Bambino, la scena della Natività, poteva viverla e poteva avvicinarsi alla comprensione della Parola che era così percepita in maniera più immediata e diretta.
Racconta Tommaso da Celano, suo primo biografo:


"Francesco era felice, profondamente commosso. Si rivestì di parametri diaconali e cantò con la sua bella voce il Vangelo, predicò con parole dolcissime, trascinò ed entusiasmò gli astanti rievocando la piccola città di Betlemme, il Bambino divino e poverissimo, con tale entusiasmo infuocato che un cavaliere ebbe una visione: ‘gli sembrava infatti che un neonato giacesse esanime nella mangiatoia, che il santo di Dio si avvicinasse e destasse quel medesimo bambino da quella specie di sonno profondo. Questa visione non mancava di un suo significato perché davvero il fanciullo Gesù giaceva dimenticato nel cuore di molti e per grazia di Cristo, tramite il servo suo Francesco, fu risuscitato e il suo ricordo impresso in una memoria di nuovo partecipe’


Importante era, quindi, il significato profondo che si dava alla rappresentazione popolare della Natività: quello, cioè, di far rivivere nel cuore delle persone semplici, dei contadini, degli umili, l’immagine vivida di Gesù Bambino, che si era andata allontanando dall’immaginario popolare rimanendo serrata nei libri e negli strumenti di religiosità colta, per arrivare a far parte, infine, anche di quella che era la religione popolare.
In questo episodio, come in tutti gli altri legati ai miracoli di Francesco, si nota sempre più evidente l’avvicinamento del santo agli umili e ai poveri, in tutti i sensi. La sua religione è una religione popolare dall’inizio, con il Presepio ed anche dopo la morte, con le Stimmate.

Francesco non vuole i libri per predicare, per studiare, per imparare ed insegnare. Francesco vuole solo ascoltare e divulgare la parola di Gesù, con il canto, con le immagini, con l’esempio. In questo sta il profondo significato della sua opera: egli è diventato un povero, un lebbroso, un emarginato, per divulgare la parola di Dio, secondo le forme caratteristiche della religiosità popolare, ha tentato di capire a fondo, e vi è riuscito, le esigenze spirituali della gente, e, contemporaneamente, è rimasto nell’ambito della Chiesa, senza cadere nell’eresia e nell’insubordinazione nei confronti dell’autorità ecclesiastica.
Il significato intimo del Presepe è più volte evidenziato nelle fonti francescane, sia come strumento di obbedienza alla Chiesa, sia come strumento di elevazione nella povertà. Dalle parole di vari biografi e nei brani di teologi francescani risulta chiara l’importanza della rappresentazione del Presepe.
Ad esempio nella Cronaca delle sette tribolazioni di Angelo Clareno a proposito dell’amore di Cristo e della povertà si legge:


Egli poi, a quelli che sentiva perfetti nell’amore di Cristo, apriva i secreti del suo cuore, ricevuti direttamente da Cristo e insegnava che l’amore e l’osservanza fedele e piena della povertà e dell’umiltà di Cristo è il fondamento, la sostanza e la radice della vita evangelica e della Regola a lui rivelata da Cristo: quella povertà ed umiltà che Cristo, il Figlio di Dio, consacrò: egli che è nato in una grotta da madre povera, che è stato deposto nel presepio, involto in pannicelli, perché non c’era posto per lui nell’albergo; e poi circonciso e offerto, e fuggì in Egitto e poi ritornando abitò a Nazaret, mendicando per tre giorni, e poi digiunò, predicò, morì, fu sepolto in un sepolcro altrui e risorse da morte. "


Questa, diceva, è radice dell’obbedienza, madre della rinuncia, morte del compiacimento di sé e dell’avidità e dell’avarizia, obbedienza della fede, costruzione della speranza, dimostrazione dell’umiltà, prova e genitrice della pace di Dio, che supera ogni senso .
Ne L’Albero della vita di Ubertino da Casale, ritorna ancora il motivo della povertà:


Essa [la povertà] si strinse a te con tanta fedeltà che fin da quando eri nel seno della madre incominciò il suo ossequio" (Tommaso da Celano, Vita Prima)


La Vita Prima è più poetica e spirituale rispetto alla Vita seconda e la prima parte si conclude con il ricordo di questa ‘innovazione’ di Francesco: l’immagine del Presepio. E' il Dio bambino, Gesù bambino, di Francesco: un bambino che ha bisogno di essere amato e curato.
Importante da notare è il cambiamento di Francesco stesso nei confronti di Gesù. Non è più il Crocifisso che gli parla, è un Bambino, che va amato e protetto. Va rianimato nel cuore delle persone. Francesco avrà nei confronti delle immagini del Bambino una tenerezza e delicatezza nuova. Francesco rimane il figlio di Dio e servo di Cristo, ma diventa anche il ‘padre’ del Bambino, che ha bisogno di essere accudito, amato ed onorato.
Anche negli Scritti di Chiara d’Assisi compare evidente l’insegnamento di Francesco ad amare la povertà:


E per amore del santissimo Bambino, ravvolto in poveri pannicelli e adagiato nel presepio, e della sua santissima Madre, ammonisco, prego caldamente ed esorto le mie sorelle a vestire sempre indumenti vili” e ancora:

Mira, in alto, la povertà di Colui che fu deposto nel presepe e avvolto in poveri pannicelli. O mirabile umiltà e povertà che dà stupore! Il Re degli angeli, il Signore del cielo e della terra, è adagiato in una mangiatoia! Vedi poi, al centro dello specchio, la santa umiltà, e insieme ancora la beata povertà, le fatiche e pene senza numero ch’Egli sostenne per la redenzione del genere umano. E, in basso, contempla l’ineffabile carità per la quale volle patire sul legno della croce e su di essa morire della morte più infamante. Perciò è lo stesso specchio che, dall’alto del legno della croce,rivolge ai passanti la sua voce perché si fermino a meditare: O voi tutti, che sulla strada passate,fermatevi a vedere se esiste un dolore simile al mio; e rispondiamo, dico a Lui che chiama e geme, aduna voce e con un solo cuore: non mi abbandonerà mai il ricordo di te e si struggerà in me l’anima mia” .