martedì 20 novembre 2007

TU LO DICI, IO SONO RE! (commento Gv 18 di S.Agostino)

In questo discorso dobbiamo esaminare e spiegare che cosa disse Pilato a Cristo, e cosa egli rispose a Pilato.
Dopo aver detto ai giudei: «Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra legge», e dopo che essi gli ebbero risposto: «Non è permesso a noi dare la morte ad alcuno», "Pilato rientrò nel pretorio, e chiamò Gesú e gli disse: «Tu sei il re dei giudei?». Rispose Gesú: «Da te lo dici, ovvero altri te l`hanno detto di me?»" (Gv 18,33-34). Il Signore sapeva bene quel che chiedeva a Pilato, come pure sapeva cosa egli gli avrebbe risposto; tuttavia, volle che fosse detto ciò, non per sapere quanto già sapeva, ma perché fosse scritto quanto voleva che giungesse a nostra conoscenza. "Rispose Pilato: «Sono io forse giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me: che hai fatto?». Rispose Gesú: «Il mio regno non è di questo mondo. Se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servi avrebbero certamente combattuto perché io non fossi dato nelle mani dei giudei; invece il mio regno non è di quaggiú»" (Gv 18,35-36).
Questo è quanto il buon maestro ci volle insegnare: ma prima era necessario dimostrarci quanto vana fosse l`opinione che del suo regno avevano sia i gentili sia i giudei, dai quali Pilato l`aveva appresa. Essi pretendevano che egli dovesse esser messo a morte nerché aveva cercato di impadronirsi ingiustamente del regno; oppure perché sia i romani che i giudei dovevano temere, come avverso al loro potere, il suo regno, in quanto appunto i detentori del potere sono soliti temere ed esser gelosi di chi potrebbe prendere il loro posto. Il Signore avrebbe potuto rispondere subito alla prima domanda di Pilato: «sei tu il re dei giudei?», dicendo: «il mio regno non è di questo mondo». Ma egli, chiedendo a sua volta se quanto Pilato domandava, lo diceva da sé, cioè fosse la sua opinione personale, oppure l`avesse inteso da altri, volle che fosse palese, attraverso la risposta di Pilato, che erano i giudei a formulare tale accusa contro di lui. Egli ci mostra cosí la vanità dei pensieri degli uomini (cf. Sal 93,11), che ben conosceva, e rispondendo loro, giudei e gentili insieme, con parole piú opportune ed efficaci, dopo quanto ha detto Pilato, dice: «Il mio regno non è di questo mondo».
Se avesse fatto questa dichiarazione subito dopo la prima domanda di Pilato, si sarebbe potuto pensare che egli rispondesse, non anche ai giudei ma ai soli gentili, come se fossero stati solo questi ad avere di lui una tale opinione. Poiché invece Pilato risponde: «Sono io forse giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me», allontana da sé ogni sospetto che si possa ritenere che egli abbia spontaneamente detto, e non piuttosto sentito dai giudei, che Gesú aveva affermato di essere re dei giudei. E Pilato, inoltre, col chiedergli: «che hai tu fatto?», lascia intendere che egli era stato condotto a motivo di un delitto. E` come se Pilato dicesse: Se non sei re, che hai fatto di male da essere consegnato a me? Quasi non fosse già straordinario il fatto che si consegnasse al giudice per essere punito chi diceva di essere re, ecco che se non avesse detto ciò, il giudice deve chiedere cos`altro abbia fatto di male per essere condotto da lui ad essere giudicato.
Ascoltate dunque, giudei e gentili, ascoltate circoncisi e incirconcisi; tutti i regni della terra prestino orecchio: Io non danneggio il vostro potere in questo mondo, dice in sostanza il Signore, perché «il mio regno non è di questo mondo». Non fatevi prendere dall`assurdo timore che colse Erode, quando apprese la nascita di Cristo, e si spaventò tanto che fece uccidere tutti i neonati, sperando di uccidere anche Gesú tra quelli, mostrandosi cosí sanguinario e crudele piú per la paura che non per la collera (cf. Mt 2,3-16). «Il mio regno» - dice il Signore - «non è di questo mondo». Che volete di piú? Venite dunque nel regno che non è di questo mondo; venite credendo, e guardatevi dalla crudeltà ispirata dalla paura. E` vero che in una profezia, il Figlio, parlando di Dio Padre, ha detto: "Sono stato consacrato re da lui su Sion, il sacro suo monte" (Sal 2,6), ma questo monte e quella Sion non sono dl questo mondo. Di chi è composto il suo regno, se non di coloro che credono in lui, ai quali egli ha detto: «Non siete del mondo, cosí come io non sono del mondo»? Senza dubbio egli voleva che essi dimorassero nel mondo, e per questo chiese al Padre: «Non domando che tu li tolga via dal mondo, ma che li custodisca dal male». Notate che anche ora non dice: Il mio regno non è in questo mondo; ma dice: «il mio regno non è di questo mondo». E dopo aver provato la sua asserzione, soggiungendo: «Se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servi avrebbero certamente combattuto perché io non fossi dato nelle mani dei Giudei», non dice: invece il mio regno non è qui, ma dice: «il mio regno non è di quaggiú». In realtà, il suo regno è qui, sulla terra, fino alla fine dei secoli, dove la zizzania è mischiata al buon grano sino alla mietitura che sarà alla fine dei tempi quando verranno i mietitori, cioè gli angeli, e toglieranno dal suo regno tutti gli scandalosi (cf. Mt 13,38-41). E questo non potrebbe accadere, se il suo regno non fosse sulla terra. Tuttavia, esso non è di quaggiú, perché è esiliato nel mondo. E` al suo regno, cioè a questi pellegrini nel mondo, che egli dice: «Voi non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo». Essi erano del mondo, quando ancora non facevano parte del suo regno ma appartenevano al principe di questo mondo. Tutto quanto negli uomini è stato creato da Dio, ma che ha avuto origine dalla stirpe colpevole e dannata di Adamo, appartiene al mondo; e tutto quanto è stato rigenerato in Cristo fa parte del regno e non appartiene piú al mondo. E` in questo modo che Dio ci ha sottratti al potere delle tenebre (cf. Col 1,13) e ci ha trasferiti nel regno del Figlio del suo amore. Ed è appunto di questo regno che egli dice: «Il mio regno non è di questo mondo», oppure: «Il mio regno non è di quaggiú».
"Gli disse allora Pilato: «Dunque tu sei re?». E Gesú rispose: «Tu dici che io sono re»" (Gv 18,37).
Il Signore non teme di riconoscersi re, ma la sua espressione: «tu lo dici», è cosí calibrata che non nega di essere re (re, si intende, il cui regno non è di questo mondo), ma neppure afferma di esserlo, in quanto ciò potrebbe far pensare che il suo regno è di questo mondo. In questo senso infatti pensava Pilato, col dire: «dunque tu sei re?». Gesú risponde: «tu lo dici», cioè tu sei della terra, e secondo la carne cosí ti esprimi.

mercoledì 14 novembre 2007

LA PREGHIERA

La tradizione spirituale della Chiesa considera la preghiera come un cammino di graduale maturazione nel dialogo con Dio. Come ogni altra relazione personale, anche il rapporto di amicizia col Signore ha bisogno di crescere e di approfondirsi nel tempo. Il battezzato passa perciò attraverso diverse forme di preghiera, in proporzione alla sua maturità spirituale: il primo gradino è rappresentato dalla preghiera vocale, il secondo da quella mentale, il terzo dalla preghiera del cuore, il quarto dalla contemplazione.

preghiera vocale
La preghiera più facile, ossia quella che costituisce il primo gradino del cammino spirituale è la preghiera fatta di formule. Con la definizione “orazione vocale” non si intende tanto la preghiera pronunciata ad alta voce (anche la preghiera del cuore può essere pronunciata ad alta voce), ma si allude alla preghiera accessibile a chi è ancora immaturo nel dialogo con Dio, e perciò non gli sgorga nulla da dire a Dio, oppure gli sgorgano richieste sbagliate. La Chiesa, allora, ha preparato delle preghiere standard (l’Ave Maria, l’Atto di Fede, l’Atto di Speranza, le preghiere del mattino e della sera…) in cui il battezzato può trovare ciò che va detto a Dio. La preghiera del “Padre Nostro”, insegnata da Gesù ai suoi discepoli risponde proprio a questa esigenza. In sostanza, nella fase immatura della vita cristiana non si sente il bisogno di parlare a Dio (così come non si sente il bisogno di ascoltarlo nella sua Parola), e la preghiera dei formulari è un aiuto per l’elevazione della mente a Dio.

La preghiera mentale
secondo gradino è la preghiera “mentale”. Questo tipo di preghiera è priva di formule. Anche qui la definizione non allude semplicemente al fatto che non è pronunciata con le labbra. Infatti, anche la preghiera vocale, ad esempio un’Ave Maria, può essere recitata mentalmente, pur essendo costituita da una formula prestabilita. Più precisamente, con la definizione “orazione mentale” ci si riferisce solitamente alla meditazione. La meditazione è una forma di preghiera elevata a cui non si arriva facilmente. Essa può essere definita pure “preghiera di ascolto”, perché si fonda su un rapporto profondo con la Parola di Dio. Questa forma di preghiera non consiste nel “dire” qualcosa a Dio, ma nella capacità di “ascoltare e capire” ciò che Egli sta dicendo proprio a me attraverso i testi biblici della Messa, e attraverso la lettura quotidiana della Bibbia.
Questo tipo di preghiera raggiunge la sua massima espressione nelle giornate di ritiro e negli esercizi spirituali. Beninteso, questa forma di preghiera non consiste nel capire il testo biblico, ma nella capacità di sentire quella parola utile e illuminante per le situazioni che io sto vivendo proprio adesso.

La preghiera del cuore
Terzo gradino: la preghiera del cuore. La preghiera del cuore consiste nel “dire” qualcosa a Dio. Essa rappresenta un livello ancora più alto di quello della meditazione. Quando la persona giunge a sentire il bisogno di “parlare” a Dio, di aprirgli il cuore con fiducia, di esprimergli l’affetto filiale e la lode senza formule prestabilite, ma con parole che vengono dall’intimo, come quelle che siamo soliti dire alle persone che più amiamo, allora significa che si è giunti alla preghiera del cuore e che si è ben avanti nello sviluppo della carità teologale. Questo tipo di preghiera si manifesta sia in momenti celebrativi comunitari, sia nella preghiera intima e individuale, e assume quindi sia il carattere vocale che mentale. Negli incontri di preghiera, quando la comunità si raduna per l’ascolto della Parola o per l’Adorazione, allora la preghiera del cuore si presenta come preghiera spontanea, perlopiù sotto la forma della lode. Nella preghiera individuale, la preghiera del cuore si ha nella spontanea e filiale consegna della propria vita quotidiana a Dio, sentito come Padre. La conoscenza di Dio come “mio” Padre è essenziale alla preghiera del cuore; senza questo rapporto veramente filiale con Dio non può esserci alcuna preghiera del cuore. Sarebbe inautentica se ci fosse.

La contemplazione
La forma più elevata di preghiera è la contemplazione. La sua caratteristica peculiare è quella di essere “quasi senza parole”. In termini pratici, questa forma di preghiera si attua quando la persona si concentra su un mistero della fede, preferibilmente con l’aiuto di una icona o di un crocifisso su cui fissare lo sguardo, perché le distrazioni non producano eccessivo disturbo. Per questa preghiera conviene assumere una posizione comoda, in modo che ci si possa rilassare; poi, fissando lo sguardo sul crocifisso, o su un’icona, o sull’Eucaristia solennemente esposta, ridurre i pensieri al silenzio e lasciare che il mistero di Dio occupi tutto lo spazio della nostra interiorità. L’obiettivo è quello cogliere le meraviglie di Dio, intuire la sua bellezza, e guardarlo come si guardano gli innamorati, ossia con un senso di beatitudine e di stupore. Mentre l’attenzione è concentrata sul mistero di Dio, il pensiero non deve seguire alcun ragionamento. Al massimo, conviene far risuonare dentro di sé, di tanto in tanto, e secondo il proprio stato interiore, qualche breve frase evangelica o liturgica come ad esempio: “Se vuoi puoi guarirmi”, “Figlio di Davide, abbi pietà di me”, “Tu sei il Cristo”, “vieni, Spirito Santo”, “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”, oppure semplicemente “Padre”. Ma tutto ciò senza che la mente sia afferrata dal ragionamento.

Salì sul monte a pregare (di Pd.Raniero Cantalamessa)


Luca 9, 28b-36



Luca, nel suo vangelo, chiarisce il motivo per cui Gesú quel giorno "salì su un alto monte": vi salì "per pregare". Fu la preghiera che rese il suo vestito bianco come la neve e il suo volto splendente come il sole. Partiamo da questo episodio per esaminare il posto che la preghiera occupa in tutta la vita di Cristo e cosa essa ci dice sull'identità profonda della sua persona. Qualcuno ha detto: "Gesú è un uomo ebreo che non si sente identico a Dio. Non si prega infatti Dio se si pensa di essere identico a Dio". Lasciando da parte per il momento il problema di cosa Gesú pensasse di se stesso, questa affermazione non tiene conto di una verità elementare: Gesú è anche uomo ed è come uomo che prega. Dio non potrebbe neppure avere fame e sete, o soffrire, ma Gesú ha fame e sete e soffre perché è anche uomo. Al contrario, vedremo che è proprio la preghiera di Gesú che ci permette di gettare uno sguardo nel mistero profondo della sua persona. È un fatto storicamente attestato che Gesú, nella sua preghiera, si rivolgeva a Dio chiamandolo Abbà, cioè caro padre, padre mio, e perfino papà mio. Questo modo di rivolgersi a Dio, pur non del tutto ignoto prima di lui, è talmente caratteristico di Cristo da obbligare ad ammettere un rapporto unico tra lui e il Padre celeste. Ascoltiamo una di queste preghiere di Gesú, riportata da Matteo:
"In quel tempo Gesù disse:
Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. "Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare" (Mt 11, 26-27).

Tra Padre e Figlio c'è, come si vede, una reciprocità totale, "uno stretto rapporto famigliare". Anche nella parabola dei vignaioli omicidi emerge chiaro il rapporto unico, come di figlio a padre, che Gesú ha con Dio, diverso da quello di tutti gli altri che sono chiamati "servi" (cf. Mc 12, 1-10). A questo punto sorge però un'obbiezione: perché allora Gesú non si è attribuito mai apertamente il titolo di Figlio di Dio durante la sua vita, ma ha parlato sempre di se come del "figlio dell'uomo"? Il motivo è lo stesso per cui Gesù non dice mai di essere il Messia e quando altri lo chiamano con questo nome è reticente, o addirittua proibisce di dirlo in giro. La ragione di questo modo di comportarsi è che quei titoli erano intesi dalla gente in un senso ben preciso che non corrispondeva all'idea che Gesù aveva della sua missione.
Figlio di Dio erano detti un po’ tutti: i re, i profeti, i grandi uomini; per Messia si intendeva l'inviato di Dio che avrebbe combattuto militarmente i nemici e regnato su Israele. Era la direzione in cui cercava di spingerlo il demonio con le sue tentazioni nel deserto… I suoi stessi discepoli non avevano capito questo e continuavano a sognare un destino di gloria e di potere. Gesú non intendeva essere questo tipo di Messia. "Non sono venuto, diceva, per essere servito, ma per servire". Egli non è venuto per togliere la vita a qualcuno, ma "per dare la vita in riscatto per molti". Cristo doveva prima soffrire e morire perché si capisse che tipo di Messia era.
È sintomatico che l'unica volta che Gesú si proclama lui stesso Messia è mentre si trova in catene davanti al Sommo Sacerdote, in procinto di essere condannato a morte, senza più possibilità ormai di equivoci. "Sei tu il Messia, il Figlio di Dio benedetto?", gli domanda il Sommo Sacerdote, e lui risponde: "Io lo sono!" (Mc 14, 61 s.). Tutte i titoli e le categorie dentro cui gli uomini, amici e nemici, cercano di inquadrare Gesú durante la sua vita, appaiono strette, insufficienti. Egli è un maestro, "ma non come gli altri maestri", insegna con autorità e in nome proprio; è figlio di David, ma è anche Signore di David; è più che un profeta, più che Giona, più che Salomone. La domanda che la gente si poneva: "Chi è mai costui?" esprime bene il sentimento che regnava intorno a lui come di un mistero, di qualcosa che non si riusciva a spiegare umanamente. Il tentativo di certi critici di ridurre Gesú a un normale ebreo del suo tempo, che non avrebbe detto e fatto nulla di speciale, è in contrasto totale con i dati storici più certi che possediamo su di lui e si spiega solo con il rifiuto pregiudiziale di ammettere che qualcosa di trascendente possa apparire nella storia umana. Tra l'altro, non spiega come un essere così ordinario sia diventato (a detta di quegli stessi critici) "l'uomo che ha cambiato il mondo".
Torniamo ora all'episodio della Trasfigurazione per trarne qualche insegnamento pratico. Anche la Trasfigurazione è un mistero "per noi", ci riguarda da vicino. San Paolo, nella seconda lettura dice: "Il Signore Gesù Cristo trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso". Il Tabor è una finestra aperta sul nostro futuro; ci assicura che l'opacità del nostro corpo un giorno si trasformerà anch'essa in luce; ma è anche un riflettore puntato sul nostro presente; mette in luce quello che già ora è il nostro corpo, al di sotto delle sue misere apparenze: il tempio dello Spirito Santo. Il corpo non è per la Bibbia un'appendice trascurabile dell'essere umano; ne è parte integrante. L'uomo non ha un corpo, è corpo. Il corpo è stato creato direttamente da Dio, assunto dal Verbo nell'incarnazione e santificato dallo Spirito nel battesimo. L'uomo biblico rimane incantato di fronte allo splendore del corpo umano: "Mi hai fatto come un prodigio. Sei tu che mi hai tessuto nel seno di mia madre. Sono stupende le tue opere" (Sal 139). Il corpo è destinato a condividere in eterno la stessa gloria dell'anima. "Corpo e anima, o saranno due mani giunte in eterna adorazione, o due polsi ammanettati per una cattività eterna" (Ch. Péguy).
Il cristianesimo predica la salvezza del corpo, non la salvezza dal corpo, come facevano, nell'antichità, le religioni manichee e gnostiche e come fanno ancora oggi alcune religioni orientali Che dire però a chi soffre? a chi deve assistere alla "sfigurazione" del corpo proprio, o di quello di una persona cara? Per costoro è forse il messaggio più consolante della Trasfigurazione. "Egli trasfigurerà il nostro misero corpo conformandolo al suo corpo glorioso". Saranno riscattati i corpi umiliati nella malattia e nella morte. Anche Gesù, di lì a poco, sarà "sfigurato" nella passione, ma risorgerà con un corpo glorioso, con il quale vive in eterno e al quale, la fede ci dice che andremo a ricongiungerci dopo morte.

martedì 6 novembre 2007

CROCIATA D'INTERCESSIONE


Antonio (settimana trascorsa in day-hospital per accertamenti è stato dimesso del tutto da lun 5/11 ricomincia la scuola, la famiglia si è avvicinata a Jeshua ... Gloria solo a Dio!!!)
Bruno (operazione d'urgenza sospetto tumore)
Susanna 25 anni tumore
Filippo (bimbo malato dalla nascita in ospedale)
Giusi (ricerca vocazionale)
Martina (adolescente in difficoltà)
Sara (sorella ad un bivio spirituale di un momento molto delicato)
Rachele (giovane carismatica 27 anni varie metastasi, molto grave)
Domenico (piccolo bimbo non è ancora chiaro il problema)
Vittorio (problemi vari)

LA NECESSITA' DI PREGARE (Pd.Raniero Cantalamessa)

Luca 18, 1-8
Il vangelo comincia così: “In quel tempo, Gesú disse ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai”. La parabola è quella della vedova importuna. Alla domanda: “Quante volte si deve pregare?”, Gesú risponde: Sempre! La preghiera, come l'amore, non sopporta il calcolo delle volte. Ci si chiede forse quante volte al giorno una mamma ama il suo bambino, o un amico il suo amico? Si può amare con gradi diversi di consapevolezza, ma non a intervalli più o meno regolari. Così è anche della preghiera.Questo ideale di preghiera continua si è realizzato, in forme diverse, sia in Oriente che in Occidente. La spiritualità orientale l'ha praticato con la cosiddetta preghiera di Gesú: "Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me!". L'Occidente ha formulato il principio di una preghiera continua, ma in modo più duttile, tanto da poter essere proposto a tutti e non solo a quelli che fanno professione esplicita di vita monastica. Sant'Agostino dice che l'essenza della preghiera è il desiderio. Se continuo è il desiderio di Dio continua è pure la preghiera, mentre se manca il desiderio interiore, si può gridare quanto si vuole, per Dio si è muti. Ora questo desiderio segreto di Dio, fatto di ricordo, di bisogno di infinito, di nostalgia di Dio, può rimanere vivo, anche mentre si è costretti a fare altre cose: “Pregare a lungo non equivale a stare a lungo in ginocchio o a mani giunte o dire molte parole. Consiste piuttosto nel suscitare un continuo e devoto impulso del cuore verso colui che invochiamo”.Gesú ci ha dato lui stesso l’esempio della preghiera incessante. Di lui si dice nei vangeli che pregava di giorno, sul far della sera, al mattino presto e che passava a volte l’intera notte in preghiera. La preghiera era il tessuto connettivo di tutta la sua vita.Ma l’esempio di Cristo ci dice anche un’altra cosa importante. È illusorio pensare di poter pregare sempre, fare della preghiera una specie di respiro costante dell’anima anche in mezzo alle attività quotidiane, se non si riservano alla preghiera anche dei tempi fissi, in cui si attende alla preghiera, liberi da ogni altra occupazione. Quel Gesú che vediamo pregare sempre, è lo stesso che, come ogni altro ebreo del suo tempo, tre volte al giorno - al sorgere del sole, nel pomeriggio durante i sacrifici del tempio, e al tramonto - si fermava, si voltava verso il tempio di Gerusalemme e recitava le preghiere di rito, tra cui lo Shema Israel, Ascolta Israele. Il Sabato partecipava anch’egli, con i discepoli, al culto nella sinagoga e diversi episodi evangelici avvengono proprio in questo contesto.La Chiesa ha fissato anch’essa, si può dire fin dal primo momento di vita, un giorno speciale da dedicare al culto e alla preghiera, la Domenica. Sappiamo tutti cosa è diventata, purtroppo, la Domenica nella nostra società; lo sport, e in particolare il calcio, da fattore di svago e di distensione, è diventato qualcosa che spesso avvelena la Domenica... Dobbiamo fare il possibile perché questo giorno torni ad essere, come era nelle intenzioni di Dio nel comandare il riposo festivo, un giorno di serena gioia che rinsalda la nostra comunione con Dio e tra di noi, nella famiglia e nella società.È di stimolo a noi cristiani moderni ricordare le parole che i martiri Saturnino e compagni rivolgono, nel 305, al giudice romano che li aveva fatti arrestare per aver partecipato alla riunione domenicale: “Il cristiano non può vivere senza l’Eucaristia domenicale. Non sai che il cristiano esiste per l’Eucaristia e l’Eucaristia per il cristiano?”

COME PREGARE? (Past.Roberto Bracco)


I discepoli chiesero a Gesù: - Insegnaci a pregare!
Molti oggi chiedono la medesima cosa. Non riescono a provare interesse per la preghiera; non trovano gioia, non ottengono esaudimento e perciò chiedono: "Come dobbiamo comportarci nella preghiera?"
È necessario che dica subito che la preghiera deve divenire fonte di gioia e di consolazione indipendentemente dalle cose che si possono ottenere per essa. Un cristiano deve desiderare la preghiera, deve anzi sentire la necessità della preghiera in ogni momento, anche quando gli sembra di non aver nulla da chiedere a Dio.
Non è forse bello per un bambino ricco di espansività dimorare con fiducia fra le braccia paterne per esclamare semplicemente: "Papà, ti voglio tanto bene"; oppure: "Papà sei caro e bello più di tutti coloro che io conosco!"
Iddio gradisce le manifestazioni di lode, d'adorazione e di affetto che i Suoi figliuoli Gli tributano dimorando fra le Sue braccia a mezzo della preghiera.
Ma non voglio soltanto dire quello che deve essere la preghiera per il credente, ma voglio anche ricordare come deve essere esercitata la preghiera perché possa essere costantemente fonte di gioia e di consolazione.
La preghiera deve essere semplicemente un incontro con il Padre; una conversazione con Dio. Osservate Gesù mentre prega. Non c'è nulla di liturgico, di teatrale, di artificioso: Egli parla con semplicità rivolgendosi spontaneamente al Padre. Sembra che Egli veda il Padre vicino a Sé e che Gli rivolga con naturalezza la parola.
La Sua è una vera conversazione, piena di fiducia, di confidenza. Questa è la preghiera! Le frasi artificiose, le parole ben composte o meccaniche non aiutano il credente ad incontrare il Signore, anzi lo allontanano da Lui, creano un'atmosfera falsa, una cortina di formalità religiosa.
Il credente si deve esercitare ad usare il suo diritto di famiglia con il Padre; deve imparare a parlarGli con semplicità, con naturalezza e in piena confidenza. Se qualche volta non trova parole per una conversazione, deve desiderare ugualmente di trovarsi nella Sua dolce e gloriosa presenza.
È logico che ripetendo frasi dopo frasi venga la stanchezza e la noia; quando si fa della preghiera un'azione meccanica e stereotipata, l'anima s'inaridisce, ma quando la preghiera è un soave ed intimo colloquio con Dio, l'anima si vivifica nella gioia e nella benedizione.
Una servente di Dio, usata gloriosamente come strumento di benedizione nel servizio, amava, ogni giorno della sua vita, raccogliersi per un periodo di tempo in un angolo intimo della sua casa per incontrarsi semplicemente con Dio. Ella rimaneva nel silenzio più assoluto; silenzio di labbra, silenzio di pensiero; silenzio di emozioni. Attendeva semplicemente la presenza di Dio, la voce di Dio.
Quest'incontro quotidiano, nell'eden del cuore era, per questa donna pia, la preghiera più dolce, più ricca che ella avesse potuto desiderare.
Ricordati che se hai ricevuto Gesù come tuo salvatore sei un figliuolo di Dio; ricordati che Egli è il Padre; ricordati che Egli è vicino a te e ti ascolta. Si, ricordati tutto ciò e parlaGli: questa è la preghiera.
Quando tu ti eserciterai nella preghiera in un modo spontaneo e semplice, troverai la gioia della preghiera, ed allora non soltanto essa ti accompagnerà nelle diverse circostanze della vita, ma tu cercherai con ansia di utilizzare tutte le ore e tutti gli attimi di libertà per incontrarti con intimità con il tuo Dio.
Abituati anche a presentare in preghiera anche tutte le tue necessità. Iddio è pronto per dare cose buone a coloro che gliele chiedono. Rimarrai sorpreso della Sua grandezza e della Sua prontezza.
Anche nel far questo però usa semplicità e naturalezza. Hai una necessita? Uniscila ad una promessa della Bibbia e poi presentala con naturalezza a Dio in preghiera e persevera fino all'esaudimento.
Per esempio: sei afflitto? Presentati a Dio e diGli come figliuolo: Padre, la Tua Parola mi dice: È alcun di voi afflitto? Preghi! Io vengo a presentarTi la mia afflizione; consolami!
Iddio ti consolerà perché è fedele. Se tu avrai scritto la tua richiesta sopra un taccuino, rimarrai meravigliato della prontezza e dell'opportunità di Dio.
Puoi segnare tutte le tue richieste sopra un taccuino, una dopo l'altra, e presentarle a Dio in preghiera unite alle promesse contenute nella Sua Parola. Iddio ti farà cancellare le tue richieste una dopo l'altra nell'esaudimento.
George Müller, il fondatore dei grandiosi orfanotrofi di Bristol, aveva edificata tutta la sua poderosa attività sulla preghiera, e tutti i mezzi necessari per mantenere migliaia di ragazzi sono stati risposte alle sue preghiere. Nel suo taccuino di preghiera si poteva leggere:
"Cose necessarie da chiedere al Padre: un risveglio fra gli orfani; due insegnanti cristiani per il reparto maschile; un grande armadio per il guardaroba; seicento paia di scarpe per gli orfani; il denaro per ampliare un locale."
Come possiamo vedere, un servitore di Dio che ha scoperto il segreto della preghiera è disposto a chiedere in semplicità ogni cosa al Padre. Egli è sicuro che può ottenere tutto e perciò non si affanna e non si scoraggia perché ha tutto.
Anche tu puoi avere il tuo taccuino di preghiera, ma è molto più importante che tu abbia il tuo tempo di preghiera. Nella tua giornata ci deve essere un periodo riservato soltanto a Dio; un periodo per incontrarti con Dio, per parlare con Dio.
Io credo che il periodo migliore sia all'inizio della giornata; prima che abbiano inizio i lavori, le occupazioni e le preoccupazioni. La mente e più riposata, il cuore e più sereno e tutto facilita un incontro intimo con il Padre.
Anche Dio gradisce che sia consacrato al Suo nome il primo periodo della giornata, perché questo dimostra che Egli viene posto avanti ad ogni cosa. Un servitore di Dio affermava che trovare Iddio prima che incominci la navigazione della giornata, ci assicura un mare sottomesso alla nostra piccola nave ed un viaggio gioioso.
Non dobbiamo accontentarci di un periodo soltanto; noi abbiamo fissati tre o quattro periodi ogni giorno per nutrire i nostri corpi e non dovremmo stabilirne di meno per nutrire la nostra anima.
Non dire: Pregherò quando ho tempo; perché altrimenti non pregheresti mai. Stabilisci dei periodi di tempo precisi. Tu non dici: Mangerò quando ho tempo! Tu mangi quando giunge l'ora della colazione, del pranzo o della cena e così devi pregare quando giunge l'ora della conversazione con il Padre.
Se puoi fare a meno di fissare la durata di questi periodi è meglio. Ti puoi abbandonare senza preoccupazione di tempo alla dolcezza della comunione e del colloquio.
Non essere frettoloso di allontanarti dalla presenza di Dio, perché Egli non ha fretta di lasciar te.
Cerca di trovare altri cristiani desiderosi di curare le relazioni con Dio ed unisciti a loro per riunioni di preghiera in comune. L'unione aumenta la potenza della preghiera. Nel pari consentimento di due o tre credenti tutte le potenze vengono scrollate.
Anche nelle preghiere in comune però, bisogna fuggire l'artificio; la preghiera deve rimanere una intima conversazione con Dio, anche se con un maggior numero di partecipanti.
Una cristiana di colore organizzò delle riunioni di preghiera notturne per un risveglio della comunità della quale suo marito era pastore. Queste riunioni attirarono un numero sempre maggiore di credenti pieni di fervore fino a tanto che la gloria di Dio riempì quel luogo di riunione e fece nascere un glorioso risveglio spirituale che dura fino a questi giorni. Tutti quelli che si erano uniti lo avevano fatto spontaneamente e quindi il pari consentimento era stato perfetto.
Insegnaci a pregare.
Andiamo con semplicità a Colui che ci allarga le braccia, abbandoniamoci fiduciosi al Suo abbraccio. Egli non si aspetta la moltitudine delle parole e, non si aspetta neanche le frasi fiorite; si aspetta soltanto il nostro amore.
AdoriamoLo, lodiamoLo, contempliamoLo, ascoltiamoLo e quando dobbiamo parlare, diciamoGli con naturalezza quello che ci occorre, quello che desideriamo da Lui e per fede ringraziamoLo riconoscenti dell'aiuto che Egli, certamente ci darà.

LA PREGHIERA INCESSANTE (Giovanni Cassiano)

Il Signore, fonte d`inviolabile santità, per radicarsi in una perfetta purezza, non aveva alcun bisogno di quei mezzi esteriori che per noi sono l`allontanamento dagli uomini e la solitudine... Eppure anche Gesù si ritira, solo, sul monte a pregare (Mt 14,23), per insegnarci col suo esempio che anche noi, se vogliamo pregare Dio con cuore puro e indiviso, dobbiamo separarci come lui dal disordine e dalla confusione della folla. Solo così, pur restando ancora in questa vita, potremo in qualche modo conformarci alla beatitudine promessa ai santi nell`eternità e potremo far sì che anche per noi Dio sia tutto in tutti (1Cor 15,28).
In tal modo si realizzerà in noi la preghiera che il Salvatore rivolse al Padre in favore dei suoi discepoli: L`amore con cui mi hai amato sia in essi e io in loro (Gv 17,26); e ancora: Siano tutti uno come tu Padre sei in me e io sono in te, anch`essi siano uno in noi (Gv 17,21). Quando si sarà avverata questa preghiera del Signore - che non può essere annullata - allora quell`amore perfetto col quale Dio per primo ci ha amato (1Gv 4,10), si trasmetterà anche ai nostri cuori.
Ciò avverrà quando ogni nostro amore, ogni desiderio, sforzo, ricerca, pensiero, ciò di cui viviamo, parliamo, respiriamo, non sarà altro che Dio; quando l`unità che regna tra il Padre e il Figlio e tra il Figlio e il Padre si trasfonderà nel nostro cuore e nella nostra anima, cioè quando, imitando l`amore puro e indissolubile col quale Dio ci ama, a nostra volta lo ameremo con un amore perpetuo e inseparabile e saremo talmente uniti a lui, che ogni nostro respiro, ogni pensiero, ogni parola, non saranno che lui. Così giungeremo al fine di cui abbiamo parlato e che il Signore chiede per noi nella sua preghiera: Siano uno come noi siamo uno; io in loro e tu in me, affinché siano perfetti nell`unità (Gv 17,22-23); e ancora: Padre, io voglio che quelli che tu mi hai dato, siano anch`essi con me dove sono io (Gv 17,24).
Questo è l`ideale del solitario, a questo deve tendere ogni suo sforzo: avere la grazia di possedere, fin da questa vita, una somiglianza della beatitudine eterna e gustare in questo mondo un`anticipazione della vita e della gloria celeste.


martedì 23 ottobre 2007

LUDOVICO EINAUDI, in concerto a Napoli



Ho provato anche io a definire la musica di Ludovico Einaudi ma già definire un linguaggio spirituale come la musica è assurdo, in quanto essa è un linguaggio mistico forse è il limite tra il silenzio ed il suono, tra le parole e la poesia. Inoltre parlare di un virtuoso che usa come strumento il pianoforte, unica cosa che amo più del silenzio quando sono in adorazione ed in contemplazione, è come mettere la mia anima a nudo e questa è una prerogativa solo del mio Re Jeshua!
Ma quando mi accosto ad un musicista come Einaudi, non posso che fare i conti con un maestro che compone con estro e creatività non per solleticare le orecchie del mondo ma per esprimere quello che per “ispirazione” gli viene dal cuore. Einaudi ti mette in imbarazzo quando suona, ti sembra di entrare in una stanza segreta dove egli bisbiglia i suoi segreti a Qualcuno. Le sue note sono senza fretta, ariose, spaziate da lunghi silenzi, pause che danno respiro allo Spirito per poi riprendere in deliziosi e leggeri ritornelli che deliziano l’anima e la fanno librare leggera. A volte sembra perso nella ricerca, a volte sembra che ciò che cerca gli sia vicino a volte lo sento "posseduto" a tal punto che stento a credere che non stia adorando Dio. Io non sono all’altezza di giudicare la sua arte ma sono convinto nel dire che Einaudi è un’adoratore, forse nessuno glielo ha detto o lo sa già e non gli interessa sapere che gli altri lo comprendano. Sono certo che Dio lo abbia scelto per portare folle di persone di “questo mondo” a quella ricerca interiore quel bisogno di qualcosa in più che non viene dalla musica “normale” ma dalle vibrazioni dello Spirito che la sua musica riesce a farti sperimentare. I suoi “fan” sono eterogenei, adolescenti, giovani, adulti ed anziani una fascia d’età quindi dai 16 ai 75 anni …e la sola musica compie il primo prodigio, unificare diverse esperienze in un unico bisogno d’armonia, di pace, di dolcezza.
Sono stato ad un suo concerto ed ho avuto la sensazione che noi eravamo lì per lui (2000 persone) ma lui era lì perchè c’era il suo strumento di adorazione il pianoforte … è venuto, ed ha adorato. La sua musica ci ha accostati all’Eterno commuovendoci fino a farci stare male, fino alle lacrime. Abbiamo gioito di qualcuno che riesce con il pianoforte a dire quello che ha nel cuore e riuscire a far sperimentare ad ognuno dei presenti diverse sensazioni e diversi stati d’anima. Ognuno ha fatto la sua esperienza personalissima ma lui ha suonato quasi senza accorgersi di noi, schivo, umile, discreto e timido ci ha salutati lasciandoci soli nel frastuono del mondo che per due ore è sembrato più spirituale, più leggero, più romantico magari migliore e più disposto ad amare. Grazie Einaudi abbiamo adorato Dio con te ed è stato bellissimo!

Giosuè

dicono di lui:

Poche parole. Ci vorrebbero poche parole per descrivere la musica di Ludovico Einaudi. Ma soprattutto ce ne vorrebbero di diverse, leggere, ognuna con un senso e un luogo proprio, al di fuori di quel quotidiano che le costringe.Solo una tale essenzialità potrebbe avvicinarsi ad una forma apparentemente muta come quella strumentale, e soprattutto a composizioni centrate su quella vita che nella sua vastità ci comprende e ci sfugge giorno dopo giorno. E un uomo. Con la sua anima. Come se fosse poco. La musica di Ludovico Einaudi è un concetto mistico che passa per le mani di un uomo, per gli spazi silenziosi che vivono tra le note di un pianoforte ed i suoi pensieri intimi e personali,è quasi materna nella sua silenziosa dedizione alla vita.
Titoli come “In un’altra vita”, “Stella del mattino”, “I giorni”, “La nascita delle cose segrete”, “Quel che resta” e “Inizio” “divenire” affermano un’attenzione dello spirito che è palpabile all’ascolto, come una carezza, come una preghiera, la sua preghiera. La mano destra e la sinistra si abbracciano in assoluta armonia, non sciupano nulla, non si inseguono e non si possiedono sulla tastiera.La musica di Einaudi ha pochi colori e molte sfumature. È fatta di sottili cicli che portano alla riflessione, alla pausa.L’unico movimento è quello lento dell’anima. Il silenzio la sola richiesta che viene fatta. Non una pretesa, ma una condizione necessaria alla vita. E alla fine ci si accorge che è anche l’unico modo per tornare a vivere la quotidianità dei nostri giorni.
Articolo di: Christian Verzeletti

Il "Divenire" di Ludovico Einaudi
“ Divenire tour”- Il fluire del tempo, inesorabile ed incessante nel suo procedere, sembra essere il comune denominatore dei brani dell’album, caratterizzati da un minimalismo che da sempre rappresenta il pianismo di Einaudi, costruito su brevi frasi che si ripetono incessantemente quasi a sottolinearne la linea melodica, in un ciclico susseguirsi senza fine, capaci di trasportare l’ascoltatore in una dimensione spazio-temporale difficilmente definibile. Nello stile di Einaudi, infatti, ben si percepisce lo scopo che si vuole ottenere: ricavare uno spazio meditativo nel quale l’ascoltatore venga posto al centro, e la musica sia solo il mezzo per poter intraprendere un viaggio spirituale all’interno del proprio sé.
L’atmosfera DELLA SUA MUSICA ASSUME una dimensione difficilmente definibile, senza spazio né tempo, mentre il suono delle corde del pianoforte sembra giungere direttamente alla nostra anima.Iil pianismo di Ludovico Einaudi, lento e sinuoso, costruito su lunghe pause dove viene evidenziato il “valore delle note”, così come egli stesso ama definirlo, diventa l’essenza più pura di un vero e proprio viaggio spirituale.
La musica di Einaudi è questo : poesia in musica. E’ respiro, soffio vitale .