venerdì 28 settembre 2007

Il Transito di Francesco d'Assisi (legg.Maggiore)

Avendo conosciuto molto tempo prima il giorno del suo transito, quando esso fu imminente disse ai frati che entro poco tempo doveva deporre la tenda del suo corpo, come gli era stato rivelato da Cristo.
Durante il biennio che seguì alla impressione delle stimmate, egli, come una pietra destinata all'edificio della Gerusalemme celeste, era stato squadrato dai colpi della prova, per mezzo delle sue molte e tormentose infermità, e, come un materiale duttile, era stato ridotto all'ultima perfezione sotto il martello di numerose tribolazioni.
Nell'anno ventesimo della sua conversione, chiese che lo portassero a Santa Maria della Porziuncola, per rendere a Dio lo spirito della vita, là dove aveva ricevuto lo spirito della grazia.
Quando vi fu condotto, per dimostrare che, sul modello di Cristo-Verità, egli non aveva nulla in comune con il mondo, durante quella malattia così grave che pose fine a tutto il suo penare, si prostrò in fervore di spirito, tutto nudo sulla nuda terra: così, in quell'ora estrema nella quale il nemico poteva ancora scatenare la sua ira, avrebbe potuto lottare nudo con lui nudo.
Così disteso sulla terra, dopo aver deposto la veste di sacco, sollevò la faccia al cielo, secondo la sua abitudine totalmente intento a quella gloria celeste, mentre con la mano sinistra copriva la ferita del fianco destro, che non si vedesse.
E disse ai frati: " Io ho fatto la mia parte; la vostra, Cristo ve la insegni ".
Piangevano, i compagni del Santo, colpiti e feriti da mirabile compassione. E uno di loro, che l'uomo di Dio chiamava suo guardiano, conoscendo per divina ispirazione il suo desiderio, si levò su in fretta, prese la tonaca, la corda e le mutande e le porse al poverello di Cristo, dicendo: " Io te le do in prestito, come a un povero, e tu prendile con il mandato della santa obbedienza ".
Ne gode il Santo e giubila per la letizia del cuore perché vede che ha serbato fede a madonna Povertà fino alla fine; e, levando le mani al cielo, magnifica il suo Cristo, perché, alleggerito di tutto, libero se ne va a Lui.
Tutto questo egli aveva compiuto per lo zelo della povertà, che lo spingeva a non avere neppure l'abito, se non a prestito da un altro.
Volle, di certo, essere conforme in tutto a Cristo crocifisso, che, povero e dolente e nudo rimase appeso sulla croce.
Per questo motivo, all'inizio della sua conversione, rimase nudo davanti al vescovo; per questo motivo, alla fine della vita, volle uscire nudo dal mondo e ai frati che gli stavano intorno ingiunse per obbedienza e carità che, dopo morto, lo lasciassero nudo là sulla terra per il tratto di tempo necessario a percorrere comodamente un miglio .
Uomo veramente cristianissimo, che, con imitazione perfetta, si studiò di essere conforme, da vivo, al Cristo vivente; in morte, al Cristo morente e, morto, al Cristo morto, e meritò l'onore di portare nel proprio corpo l'immagine di Cristo visibilmente!
Finalmente, avvicinandosi il momento del suo transito, fece chiamare intorno a sé tutti i frati del luogo e, consolandoli della sua morte con espressioni carezzevoli li esortò con paterno affetto all'amore di Dio.
Si diffuse a parlare sulla necessita di conservare la pazienza, la povertà, la fedeltà alla santa Chiesa romana, ma ponendo sopra tutte le altre norme il santo Vangelo.
Mentre tutti i frati stavano intorno a lui, stese sopra di loro le mani, intrecciando le braccia in forma di croce (giacché aveva sempre amato questo segno) e benedisse tutti i frati, presenti e assenti, nella potenza e nel nome del Crocifisso.
Inoltre aggiunse ancora: " State saldi, o figli tutti, nel timore del Signore e perseverate sempre in esso! E, poiché sta per venire la tentazione e la tribolazione, beati coloro che persevereranno nel cammino iniziato! Quanto a me, mi affretto verso Dio e vi affido tutti alla Sua grazia! ".
Terminata questa dolce ammonizione, I'uomo a Dio carissimo comandò che gli portassero il libro dei Vangeli e chiese che gli leggessero il passo di Giovanni, che incomincia: " Prima della festa di Pasqua... ".
Egli, poi. come poté, proruppe nell'esclamazione del salmo: " Con la mia voce al Signore io grido, con la mia voce il Signore io supplico " e lo recitò fin al versetto finale: " Mi attendono i giusti, per il momento in cui mi darai la ricompensa ".
Quando, infine, si furono compiuti in lui tutti i misteri, quell'anima santissima, sciolta dal corpo, fu sommersa nell'abisso della chiarità divina e l'uomo beato s'addormentò nel Signore.
Uno dei suoi frati e discepoli vide quell'anima beata, in forma di stella fulgentissima, sollevarsi su una candida nuvoletta al di sopra di molte acque e penetrare diritta in cielo: nitidissima, per il candore della santità eccelsa e ricolma di celeste sapienza e di grazia, per le quali il Santo meritò di entrare nel luogo della luce e della pace, dove con Cristo riposa senza fine.
Era, allora, ministro dei frati della Terra di Lavoro frate Agostino, uomo davvero di grande santità. Costui, che si trovava ormai in fin di vita e aveva perso ormai da tempo la parola, improvvisamente fu sentito dagli astanti esclamare: " Aspettami, Padre, aspettami. Ecco sto già venendo con te! ".
I frati gli chiesero, stupiti, con chi stesse parlando con tanta vivacità. Egli rispose: " Non vedete il nostro padre Francesco, che sta andando in cielo? "; e immediatamente la sua anima santa, migrando dal corpo, seguì il padre santissimo.
Il vescovo d'Assisi, in quella circostanza, si trovava in pellegrinaggio al santuario di San Michele sul Monte Gargano. Il beato Francesco gli apparve la notte stessa del suo transito e gli disse: " Ecco, io lascio il mondo e vado in cielo ".
Al mattino, il vescovo, alzatosi, narrò ai compagni quanto aveva visto e, ritornato ad Assisi, indagò accuratamente e poté costatare con sicurezza che il beato padre era migrato da questo mondo nel momento stesso in cui egli lo aveva saputo per visione.
Le allodole, che sono amiche della luce e han paura del buio della sera, al momento del transito del Santo, pur essendo già imminente la notte, vennero a grandi stormi sopra il tetto della casa e roteando a lungo con non so qual insolito giubilo, rendevano testimonianza gioiosa e palese alla gloria del Santo, che tante volte le aveva invitate a lodare Dio.

LA PREGHIERA DAL VOLTO ORTODOSSO

CONTINUA IL VIAGGIO SPIRITUALE NELLA PREGHIERA DEL NOSTRO FRATELLO ORTODOSSO CON TRE NUOVI CAPITOLI AGGIUNTI CON COLORE DIVERSO ... BUONA LETTURA , E BUONA MEDITAZIONE!!!
Giosuè
CAPITOLI GIA' TRATTATI:
  1. La preparazione
  2. I momenti della preghiera
  3. Il luogo della preghiera
  4. L’importanza del corpo
  5. La preghiera come la lotta
  6. Sia fatta la tua volontà

LA PREGHIERA PERSONALE (di Père Michel Evdokimo)


“Quel che conta nella preghiera, è tenersi davanti a Dio con l’intelletto, e continuare a rimanervi senza interruzione giorno e notte, fino alla fine della vita”.
Tre sono i movimenti essenziali nella preghiera:
- La lode e l’azione di grazia : “Sia santificato il tuo nome”, “Lodate il Signore dall’alto dei cieli”.
- L’offerta: come tu perdoni anche noi perdoniamo.
- La domanda. “dacci oggi il nostro pane quotidiano”.
Non dimentichiamo che ci indirizziamo al Padre celeste. Non ad un servo: non dobbiamo inondarlo di domande per fargli correggere la sua creazione nel senso che sembra a noi favorevole. I nostri uffici liturgici ci mostrano che si comincia con la lode, prima di fare un atto di umiltà che a sua volta si collegherà a un ringraziamento per i benefici ricevuti, prima di concludersi con le domande.

La preparazione

“Credo che non c’è cosa più faticosa dell’orazione. Quando l’uomo vuole pregare, allora i suoi nemici, i demoni, cercano di impedirglielo” (Apoftegmi). La decisione di mettersi in stato di preghiera deve talvolta -non sempre! - essere conquistata con una grande lotta contro gli spiriti cattivi che si mettono di traverso per distogliercene. I maestri spirituali dicono: se non senti l’ispirazione, né alcun calore, né alcun desiderio di pregare , “fa come se”, persevera egualmente. Per nuotare bisogna gettarsi nell’acqua. Così bisogna gettarsi nella preghiera.
Sulla prima pagina di un libro di preghiere si legge: resta un momento in silenzio, poi pronuncia le parole. Bisogna mettere un po’ di ordine nel caos della nostra anima prima di rivolgerci a Dio.
Le litanie cominciano così: “In pace, preghiamo il Signore”. È un altro invito a pacificare gli slanci disordinati del cuore, il ribollimento dei pensieri, a stabilirsi nella pace di Dio, che non è la pace che il mondo ci può dare. La pace di cui parliamo non assomiglia affatto alla quiete pietista e sentimentale, al ripiegamento su di sé, alla immobilità dell’anima. Deve essere sempre aperta all’azione, specialmente al perdono che siamo invitati a chiedere prima di presentare la nostra offerta di preghiera, verso coloro che ci affliggono o che noi possiamo aver addolorato.”Acquista la pace interiore e folle di uomini attorno a te saranno salvate”: questa pace è un’azione efficace, che s’irradia molto al di là di colui che ne ha ricevuto la grazia.

I momenti della preghiera

Al mattino si è come un esploratore che sta per entrare in un paese sconosciuto e ignora quali incontri, felici o terribili, vi farà. Bisogna quindi pacificare il cuore, renderlo attento a ogni eventualità, armarlo di pazienza e di amore. Coloro che hanno appuntamenti apriranno la loro agenda e pregheranno per i prossimi incontri. Bisogna preparare la nostra fede a resistere alle prove.
I momenti di intervallo, siano pure di uno o due minuti, permettono di volgere l’anima verso l’Altissimo, di elevarla al di sopra delle occupazioni, per quanto necessarie siano. È bene pacificare così lo “stress” della giornata, prendere qualche distanza dalle “preoccupazioni di questo mondo”. Ci sono momenti in cui siamo tesi nella lotta per la vita, e altri in cui ci rilassiamo in un abbandono fiducioso sotto lo sguardo d’amore che si posa su di noi.
Alla sera si può rendere grazie per il giorno trascorso, fare un rapido bilancio con un esame di coscienza, in cui si domanda perdono per tutte le offese commesse o subite. È bene affidare alla misericordia divina i vivi e i defunti, prima di entrare nella notte che evoca una poco un’immagine della morte, quando perdiamo la nostra volontà cosciente.
Cerchiamo di penetrare nel nostro stato d’animo: non si prega allo stesso modo al mattino e alla sera, nel tempo di Natale o in quello della Passione. Il calendario dei giorni e delle feste dell’anno ci permette di associarci spiritualmente, di adattare il nostro essere interiore alla preghiera della Chiesa, alla quale contribuiamo nel segreto della nostra camera. In questo senso non si prega mai soli, ma sempre nella Chiesa.
Vi sono monaci che hanno ricevuto la vera grazia della preghiera continua. Per un cristiano immerso nella vita cittadina, il precetto evangelico di “pregare senza interruzione”, più che un’attività di orazione, sarà uno stato spirituale, una esistenza guidata dal sentimento di una presenza amante, fedele. Al tempo in cui i signori portavano il cappello, fu chiesto a un uomo perché camminasse a testa scoperta: “Perché sento in permanenza la presenza del Cristo al mio fianco”.

Il luogo della preghiera

“Entra nella tua camera, chiudi la porta, e prega il Padre tuo che è nel segreto, e il Padre che vede nel segreto te lo renderà (Mt 6,6). Questa camera è insieme un luogo particolare, lontano dalla folla, dal chiasso, dall’agitazione e, simbolicamente, il luogo del cuore nel quale ci si può sempre ritirare anche in mezzo alle trepidazioni della vita moderna. Le condizioni di vita nei piccoli appartamenti possono rendere difficile di stabilirsi in un luogo di pace, lontano dalla televisione e dalle chiacchiere. Se il Padre vuole incontrarci, saprà farci trovare le “camere segrete” adatte.
“Verso il mattino, mentre era ancora buio, Gesù si alzò e uscì per recarsi in un luogo deserto, ove pregava” (Mc 1,35). Gesù ci ha dato mirabili esempi di preghiera: la “preghiera sacerdotale” (Gv 17), la preghiera nella notte di angoscia nelle Getsemani. Come uomo, Gesù ha il desiderio di pregare, di entrare ogni volta in quella comunità di amore che è la Trinità. Come la camera in Matteo, il deserto è un luogo interiorizzato di silenzio, di concentrazione, di comunione della terra con il cielo. Bisogna imparare a fare silenzio; se “chiacchieriamo” continuamente nella preghiera, come potremmo “udire” quello che Dio ci vuol dire? Le chiacchiere dissipano, il silenzio raccoglie l’anima: “Preferisco dire cinque parole con intelligenza, che diecimila parole in lingue”, dice san Paolo (I Cor 14,19). Si può conservare questo silenzio in mezzo alla folla, nella sala di attesa di un medico, in un autobus o in una vettura della metropolitana: chi dice che le parole di intercessione per un tale ambiente non andranno a consolare qualcuno che è malato, che è stato abbandonato da una persona amata, o che è stretto nella disperazione?

L’importanza del corpo

L’ortodossia ha molta cura nell’evitare ogni dissociazione fra la carne e lo spirito, fra il carnale e lo spirituale. Il disprezzo del corporale a vantaggio del solo spirito risale a Platone, passa per Cartesio, il giansenismo, il puritanesimo. Assumendo un corpo di uomo Dio stesso ci dimostra che la carne non ha in sé nulla di disprezzabile, senza di essa lo spirito non potrebbe esprimersi, essa è un aiuto e una collaboratrice della preghiera.
Nel mettersi in preghiera occorre vegliare a distendere il corpo, a che nessun muscolo sia contratto. La minima contrazione muscolare può avere ripercussioni nella concentrazione dello spirito. Gli ortodossi amano pregare in piedi, in un atteggiamento di venerazione di fronte al trascendente (Parusia). Naturalmente si può benissimo pregare seduti: sarà forse un atteggiamento di ascolto; in ginocchio, in un momento di supplica; o anche distesi, per esempio per quelli che sono stanchi o ammalati. San Paolo in prigione pregava disteso con le catene ai piedi; il ladrone nella posizione di crocifisso. Non si prega con lo stesso stato d’animo quando si ha un dolore di denti o quando è appena arrivata una bella notizia! Nella preghiera dobbiamo rimanere svegli, in una disponibilità di spirito, e fare attenzione che la distensione e l’immobilità non ci portino verso il torpore e il sonno.
A intervalli ripetuti ci piace fare un segno di croce e così invocare la santissima Trinità. Il gesto non deve mai essere macchinale, ma ampio e tranquillo. E’ un segno di benedizione. Una madre lo farà volentieri sul suo bambino che dorme, invocando la presenza del suo Angelo custode. Noi ci benediciamo a vicenda quando, dopo essere stati un momento in silenzio, ci disponiamo a partire per un viaggio.
Sant’Ignazio (Briantchaninoff) scrive: “Lo stesso corpo si volge verso la preghiera. I sensi corporei rimangono inattivi: gli occhi guardano, ma non vedono, le orecchie sentono, ma nello stesso tempo non sentono. Allora tutto l’uomo è preso dalla preghiera, ma le sue mani, i suoi piedi e le sue dita partecipano in un modo reale e percepibile alla preghiera e sono ricolme di una forza che la parola umana non potrebbe spiegare”. Allora si produce l’unione dell’intelletto, dell’anima e del corpo.

La preghiera come la lotta

Una lotta contro i pensieri, i sentimenti, i desideri, le preoccupazioni, le attese, i rapporti con il prossimo, insomma il film interiore, segno di un inconscio sempre attivo, persino durante il sonno durante il quale esso si proietta nei sogni. I complessi psichici possono sommergerci in occasione di una forte tensione, collera, prova, perdita di una persona amata, o al contrario in periodi di esaltazione, di gioia traboccante. La lotta della preghiera non consiste nel sopprimere questo lavorio dell’inconscio, sarebbe impossibile, ma nel calmarlo, nel canalizzarlo, orientandolo su un piano superiore, quello della relazione con Dio. E’ un’arte difficile ed esige talora, come dice San Giovanni Climaco, di “frantumare i pensieri”. Noi viviamo sotto l’influenza dei nostri pensieri: se essi stessi sono tristi, o addirittura morbosi, segnati dal peccato, il nostro essere interiore si oscurerà, si deprimerà. Nel caso contrario, quando i pensieri si impregnano della dolcezza di Dio, della forza dell’umiltà, saranno fonte di luce per l’anima. Per mettere pace in questo ribollire, alcuni non esitano a fare un ritiro in un monastero e ricevervi forse una parola pacificante da uno starets.
La lotta contro i pensieri consiste nel concentrare tranquillamente l’attenzione sulle parole, senza aspettarsi nulla in cambio, senza provocare in sè un qualsiasi stato psichico. Se l’attenzione se ne va, bisogna ricondurla al suo punto di partenza e non esitare a ripetere una preghiera due, tre volte, dieci volte se occorre, fino a che lo spirito di colui che prega resti padrone del campo.
In una forte corrente della spiritualità occidentale, specialmente in quella derivata da Sant’Ignazio di Loyola, si invita a visualizzare mentalmente delle scene, dei personaggi del Vangelo, di metterli in movimento. In Oriente, seguendo specialmente Evagrio il Pontico, si invita a fare il vuoto interiore, a non raffigurarsi nulla: “Poiché aspiri a vedere il volto del Padre che è nei cieli, non cercare per nulla al mondo di percepire una forma o un volto durante l’orazione”. Questa divergenza potrebbe spiegarsi con la differenza di temperamenti. L’occidentale che ha lo spirito più razionale e rivolto verso le realtà concrete di questo mondo avrebbe bisogno di essere stimolato per entrare nel campo delle realtà spirituali; al contrario l’orientale avrebbe una tendenza troppo grande a muoversi nelle sue visioni interiori di cui dovrebbe piuttosto frenare l’esuberanza.
Come che sia occorre prima di tutto evitare gli automatismi nella preghiera, le parole dette automaticamente, talora pensando ad altra cosa. Non dobbiamo aspettarci nulla dalla preghiera, nessun calore particolare, perché tutto viene dalla grazia di Dio, e nello stesso tempo non dovremmo uscire dallo stato di preghiera senza avere la sensazione che qualche cosa è successa, che un incontro c’è stato, che una vibrazione si è prodotta. Per san Giovanni Climaco si esce dalla preghiera come da una “fornace ardente”.
Sia fatta la tua volontà

È una parola della preghiera tra le più difficili da discernere e da applicare. Il pronome “nostro” davanti a “Padre” mostra che ci rivolgiamo a lui insieme agli altri, in seno a una comunità. Volgendoci verso di lui possiamo sentire in lui la fonte di ogni amore, compassione, benevolenza, e comprendiamo che non possiamo pronunciare la parola “Padre” se non è stato cancellato in noi ogni odio, ogni violenza, ogni gelosia. Non si prega il Padre se non è in Cristo, poiché è lui che ci ha mostrato il Padre e ci conduce verso di lui. E dallo Spirito santo ci è data la forza di pronunciare il nome che è al di sopra di ogni altro nome, quello del Signore. Tutti e due, il Cristo e lo Spirito santo, ci conducono verso il Padre.

Quando sentiamo che la volontà di Dio si compie effettivamente in noi, un sentimento di armonia e di equilibrio si impadronisce di noi. Tutti abbiamo bisogno infatti di essere riconosciuti e in qualche modo giustificati. Ma un problema si pone: se ci giustifichiamo da soli non agiamo come il fariseo, così fiero del suo buon diritto? Ma se non ci sentiamo in nessun modo giustificati non rischiamo di cadere nella tristezza, o anche nella depressione o nell’accidia? E’ bene talvolta chiedere consiglio al confessore per conservare un buon equilibrio.
Solo con se stesse certe persone si annoiano, e non c’è da meravigliarsi se anche gli altri si annoiano in loro compagnia. Quando ci si trova accanto a uno spirituale pacificato, che vive continuamente alla presenza di Dio, non ci si annoia mai. Talvolta basta stare accanto a lui senza dire una parola in un silenzio pieno di una presenza.
Il Cristo è passato attraverso le difficoltà del compimento della volontà del Padre: “Allontana da me questo calice”, ma si riprende subito: “Non la mia volontà, ma la tua volontà si faccia!”: Anche qui il Cristo è il maestro della nostra preghiera, capace di superare la più profonda derelizione con un atto di fede. “Non basta possedere la preghiera dobbiamo diventare preghiera incarnata. Non basta avere dei tempi di preghiera: ogni atto, ogni gesto, persino un sorriso, deve diventare un inno di adorazione, un’offerta, una preghiera. Dobbiamo offrire non ciò che abbiamo, ma ciò che siamo

lunedì 24 settembre 2007

UN'ALTRA ESPERIENZA MISTICA DEL "SEMPLICE" FRANCESCO D'ASSISI, QUESTA VOLTA PUBBLICA. E' STRAORDINARIO QUELLO CHE QUESTI POVERI E SEMPLICI FRATI HANNO SPERIMENTATO IN QUEST'EPISODIO DELLE FONTI SENZA MAGARI MERITARLO, SENZA APPARENTEMENTE TANTI SFORZI, SENZA CULTURA, SENZA PREPARAZIONE, SENZA UN CAMMINO ALLE SPALLE ... E' VERO CHE DIO IL SUO VOLTO LO RIVELA AI PURI DI CUORE ... GODETEVELO!
Giosuè

Dai Fioretti di S.Francesco d'Assisi cap. 14

Come istando santo Francesco con suoi frati a parlare di Dio, Iddio apparve in mezzo di loro.

Essendo santo Francesco in un luogo, nel cominciamento della religione, raccolto co' suoi compagni a parlare di Cristo, egli in fervore di spirito comandò a uno di loro che nel nome di Dio aprisse la sua bocca e parlasse di Dio ciò che lo Spirito Santo gli spirasse. Adempiendo il frate il comandamento e parlando di Dio maravigliosamente, sì gl'impose santo Francesco silenzio, e comanda il simigliante a un altro frate. Ubbidendo colui e parlando di Dio sottilmente, e santo Francesco simigliantemente sì gli impuose silenzio; e comandò al terzo che parli di Dio. Il quale simigliantemente cominciò a parlare sì profondamente delle cose segrete di Dio, che certamente santo Francesco conobbe ch'egli, siccome gli altri due, parlava per Ispirito Santo. E questo anche sì si dimostrò per esempio e per espresso segnale; imperò che istando in questo parlare, apparve Cristo benedetto nel mezzo di loro in ispezie e 'n forma di un giovane bellissimo, e benedicendoli tutti li riempi di tanta grazia e dolcezza, che tutti furono ratti fuori di se medesimi, e giacevano come morti, non sentendo niente di questo mondo. E poi tornando in se medesimi, disse loro santo Francesco: "Fratelli miei carissimi, ringraziate Iddio, il quale ha voluto per le bocche de' semplici rivelare i tesori della divina sapienza; imperò che Iddio è colui il quale apre la bocca ai mutoli, e le lingue delli semplici fa parlare sapientissimamente".
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.

martedì 18 settembre 2007

NON POTEVA MANCARE !!!

COME NON RESTARE AFASCINATI DAL CARISMA SPIRITUALE E CONTEMPLATIVO DEL SERAFICO FRANCESCO. SONO CERTO DI FARE A TUTTI I FRATELLI CRISTIANI UN REGALO NEL RIPORTARE QUESTE PAGINE IN VOLGARE DI UN'ESPERIENZA MISTICA SOTTOVALUTATA E SENZ'ALTRO DIMENTICATA. SPESSO E' STATO DIPINTO COME IL FRATICELLO MATTO CHE PARLA AGLI UCCELLINI, O IL MENDICANTE CHE CHIEDE IL PANE ALLE CASE ASSISIANE, O IL SEMPLICIOTTO MENESTRELLO DELL'ETERNO MA ... JESHUA INTENDE UMILMENTE RIDARE LUSTRO ALLA STRAORDINARIA ESPERIENZA MISTICA DEL POVERO D'ASSISI E PORLO COME MODELLO A CHI SI APPRESTA AL DIFFICILE CAMMINO DI ADORAZIONE E CONTEMPLAZIONE DEL RE DEI RE. PAGINE COSI' FORTI SI LEGGONO SOLO NELLA PAROLA DI DIO, MA COSA SUCCEDE SE AL DI FUORI DI ESSA UOMINI PICCOLI INCARNANO LA DIVINITA' ALLA PERFEZIONE, CON INTIMITA' E FAMILIARITA' CON L'ETERNO? ALLORA E' POSSIBILE VEDERE DIO DA VIVI? ALLORA LA PREGHIERA CONTEMPLATIVA E' LA STRADA GIUSTA! ALLORA ... CORAGGIO DIO CERCA ADORATORI IN SPIRITO E VERITA' ... IL PROSSIMO POTRESTI ESSERE TU!!!! BASTA CREDERCI E VOLERLO NON TROVI!?!
Giosuè

LE STIMMATE DI FRANCESCO … l’amore, la contemplazione, l’estasi, l’adorazione a Gesù … la genesi della mistica cristiana!

Dalle considerazioni delle stimmate di Santo Francesco 1224 (Fonti Francescane)

Francesco si trova sul monte Verna (Arezzo) per la quaresima si S.Michele e cercando un luogo appartato per pregare si recò per rivelazione in una zona amena della gelida montagna toscana…


…Santo Francesco, per la continova orazione, cominciò ad assaggiare più spesso la dolcezza della divina contemplazione; per la quale egli ispesse volte era sì ratto in Dio, che corporalmente egli era veduto da' compagni elevato di terra, e ratto fuori di sè. In questi cotali ratti contemplativi, gli erano rivelate da Dio, non solamente le cose presenti e le future, ma eziandio gli segreti pensieri, e gli appetiti de' Frati; siccome in sè medesimo provò Frate Lione suo compagno in quel dì.

Frate Leone lo accompagnava a distanza e con ad un segnale convenzionale visitava Francesco e gli portava il cibo (pane e acqua). Egli racconta la scena e quello che vide

Frate Lione per la sua puritade, egli si meritò di vedere più e più volte Santo Francesco ratto in Dio, e sospeso da terra, alcuna volta in ispazio d'altezza di tre braccia, alcuna volta di quattro, alcuna volta insino all'altezza del faggio; e alcuna volta lo vide levato in aria tanto in alto, e attorniato di tanto isplendore, che egli appena il potea vedere. E che facea questo semplice Frate, quando Santo Francesco era sì poco elevato da terra, ch'egli il potea aggiugnere? Andava costui pianamente, e abbracciavagli i piedi, baciavagli, e con lagrime dicea: Dio mio, abbi misericordia di me peccatore, e per il meriti di questo Santo uomo, fammi trovare la grazia tua. E una volta tra l'altre, istando egli così sotto ai piedi di Santo Francesco, quando egli era tanto elevato da terra, che non lo potea toccare, egli vide una cedola scritta di lettere d'oro, discendere di Cielo, e porsi in sul capo di Santo Francesco, nella quale cedola erano iscritte queste parole: Qui è la grazia di Dio; e poi che l'ebbe letta, sì la vide ritornare in Cielo. Per lo dono di questa grazia di Dio, ch'era in lui, Santo Francesco non solamente era ratto in Dio per contemplazione estatica, ma eziandio alcuna volta era confortato da visitazione angelica.

… e finalmente egli udi la voce di Santo Francesco, e appressandosi, il vide stare ginocchioni in orazione colla faccia e colle mani levate al Cielo; ed in fervore di Spirito sì dicea: Chi se' tu, dolcissimo Iddio mio? Che sono io, vilissimo vermine e disutile servo tuo? E queste parole medesime pure ripetea, e non dicea nessuna altra cosa. Per la qual cosa Frate Lione maravigliandosi di ciò, levò gli occhi, e guatò in Cielo; e guatando, vide venire dal Cielo una fiaccola di fuoco bellissima, ed isplendentissima, la quale discendendo si posò in capo di Santo Francesco; e della detta fiamma udiva uscire una voce, la quale parlava con Santo Francesco; ma esso Frate Lione non intendea le parole… vide Santo Francesco stendere tre volte le mani alla fiamma; e finalmente dopo grande ispazio di tempo, e' vide la fiamma ritornarsi in Cielo.


Racconto dell’impressione delle stimmate
Il dì, che va innanzi alla festa della Santissima Croce del mese di Settembre, istandosi Santo Francesco in orazione segretamente in cella sua, gli apparve l'Angelo di Dio, e dissegli dalla parte di Dio: Io ti conforto e ammonisco, che tu ti apparecchi e disponghi umilmente con ogni pazienzia a ricevere ciò, che Iddio ti vorrà dare, ed in te fare. Risponde Santo Francesco: Io sono apparecchiato a sostenere pazientemente ogni cosa, che il mio Signore mi vuole fare: e detto questo, l'Angelo si partì. Viene il dì seguente, cioè il dì della Santissima Croce; e Santo Francesco la mattina per tempo innanzi dì, si gitta in orazione dinanzi all'uscio della sua cella, e volgendo la faccia inverso l'Oriente, ed ora in questa forma: O Signore mio Gesù Cristo, due grazie ti priego che mi facci, innanzi che io muoja, la prima, che in vita mia io senta nella anima e nel corpo mio, quanto è possibile, quel dolore, che tu dolce Signore, sostenetti nella ora della tua acerbissima passione, la seconda si è, ch'io senta nel cuore mio, quanto è possibile, quello eccessivo amore, del quale tu Figliuolo di Dio, eri acceso a sostenere volentieri tanta passione per noi peccatori. E stando lungamente in cotesto priego, sì intese che Dio lo esaudirebbe, e che, quanto e' fusse possibile a pura creatura tanto gli sarebbe conceduto di sentire le predette cose. Avendo Santo Francesco questa promessa, cominciò a contemplare divotissimamente la passione di Cristo, e la sua infinita carità: e cresceva tanto in lui il fervore della divozione, che tutto si trasformava in Gesù per amore e per compassione. E istando così infiammandosi in questa contemplazione, in quella medesima mattina e' vide venire dal Cielo uno Serafino con sei alie risplendenti e affocate; il quale Serafino con veloce volare appressandosi a Santo Francesco, sicchè egli potea discernere, e cognobbe chiaramente, che avea in sè l'immagine d'uomo crocifisso; e le sue alie erano così disposte; che due alie si distendeano sopra il capo, due se ne distendeano a volare, e l'altre due copriano tutto il corpo. Veggendo questo Santo Francesco, fu fortemente ispaventato, e insieme fu pieno d'allegrezza e di dolore con ammirazione. Avea grandissima allegrezza del grazioso aspetto di Cristo, il quale gli apparia così dimesticamente, e guatavalo così graziosamente, ma dall'altra parte, veggiendolo crocifisso in croce, avea ismisurato dolore di compassione. Appresso, si maravigliava molto di così stupenda e disusata visione, sappiendo bene, che la infermità della passione non si confà colla immortalitade dello ispirito Serafico. E istando in questa ammirazione, gli fu rivelato da colui che gli apparia; che per divina provvidenzia quella visione gli era mostrata in cotal forma, acciocchè egli intendesse; che non per martirio corporale, ma per incendio mentale, egli doveva essere tutto trasformato nella espressa similitudine di Cristo Crocifisso, in questa apparizione mirabile.

Nella detta apparizione serafica, Cristo il quale apparia, parlò a Santo Francesco certe cose secrete e alte, le quali Santo Francesco in vita sua non volle rivelare a persona: ma dopo la sua vita il rivelò, secondo che si dimostra più giù; e le parole furono queste: Sai tu, disse Cristo, quello ch'io t'ho fatto? Io t'ho donato le Istimate, che sono i segnali della mia passione, acciocchè tu sia mio Gonfaloniere. E siccome io il dì della morte mia discesi al Limbo, e tutte l'anime che io vi trovai, ne trassi in virtude di queste mie Istimate; così a te concedo, che ogni anno il dì della morte tua, tu vadi al Purgatorio, e tutte le anime de' tuoi tre Ordini, cioè Minori, Suore e Continenti, ed eziandio gli altri, i quali saranno stati a te molto divoti, quali tu vi troverai, tu ne tragghi in virtù delle tue Istimate, e menile alla gloria del Paradiso, acciò chè tu sia a me conforme nella morte, siccome te se' nella vita. Disparendo dunque questa visione mirabile, dopo grande ispazio e segreto parlare, lasciò nel cuore di Santo Francesco uno ardore eccessivo e fiamma d'amore divino; e nella ssua carne lasciò una maravigliosa immagine, ed orma delle passioni di Cristo. Onde immantanente ne' piedi di Santo Francesco, cominciarono ad apparire li segnali degli chiovi, in quel modo ch'egli avea allora veduto nel Corpo di Gesù Cristo Crocifisso, il quale gli era apparito in ispecie di Serafino: e così parevano le mani e' piedi chiovellati nel mezzo con chiovi, i cui capi erano nelle palme delle mani, e nelle piante de' piedi fuori delle carni; e le loro punte riuscivano in su 'l dosso delle mani e de' piedi, in tanto che pareano ritorti e ribaditi per modo, che infra la ribaditura e ritorcitura loro la quale riusciva tutta sopra la carne, agevolmente si sarebbe potuto mettere il dito della mano, a modo che in uno anello; e li capi de' chiovi erano tondi e neri. Similmente nel costato ritto apparve una immagine d'una ferita di lancia, non saldata, rossa e sanguinosa; la quale poi ispesse volte gittava sangue del santo petto di Santo Francesco, e insanguinavali la tonica e li panni di gamba. Onde li compagni suoi, innanzi che da lui il sapessono, avvedendosi nientedimeno che egli non iscopria le mani nè li piedi, e che le plante de' piedi egli non potea porre in terra; appresso trovando sanguinosa la tonica e i panni di gamba, quando gliele lavavano; certamente compresono, ched egli nelle mani e ne' piedi, e simigliantemente nel costato avea espressamente impressa la immagine e similitudine del nostro Signore Gesù Cristo Crocifisso.

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Giosuè